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Editoriale

Il momento difficile della nostra agricoltura

La scheda degli enti che operano nell’agricoltura

Una tutela per i prodotti regionali

Vacilla il sostegno dell’agroalimentare sardo

Obiettivo qualità per la viticoltura dell’isola

I vini sardi premiati a Vinitaly 2008

Eccellenza e originalità per conquistare nuovi mercati

TRASPORTI E NUOVE COMPETENZE DEGLI ENTI LOCALI - Atti del Convegno organizzato dall'Assessorato ai Trasporti della Provincia di Cagliari - Cagliari, 3 dicembre 2008

 

Eccellenza e originalità per conquistare nuovi mercati

 

Il commissario europeo all'Agricoltura e Sviluppo rurale, Mariann Fischer Böel
Il commissario europeo per
l'Agricoltura e Sviluppo rurale,
Mariann Fischer Böel

Le profonde modifiche del mercato e le radicali evoluzioni delle politiche comunitarie stanno ridisegnando completamente il settore agricolo. Vi sono comparti dove queste modifiche stanno avvenendo in maniera ancora più repentina. Tra questi vi sono sicuramente quelli del grano duro e del pomodoro da industria.  Il 2008 ha segnato infatti  l’avvio della riforma comunitaria dell’ortofrutta.  Non ci sarà più un premio legato alla trasformazione ma alla media degli ettari coltivati tra il 2004 e il 2006.
Nell’isola, pur rappresentando una realtà produttiva ed economica di notevole importanza nell’ambito del settore agricolo regionale, il comparto si presenta, nello stesso tempo, come una materia assai complessa per una serie di problemi strutturali e organizzativi non ancora risolti, che interessano l’intera filiera produttiva: ridotte dimensioni aziendali, scarsa dotazione finanziaria, indebitamento delle aziende, scarsa superficie in coltura protetta, limitazione delle specie coltivate, eccessivo costo della manodopera, elevato costo dell’acqua e dell’energia, limitata presenza dell’industria di trasformazione che, anno dopo anno, registra una progressiva riduzione dei prodotti da trasformare, eccessiva polverizzazione della produzione, scarsa concentrazione dell’offerta e una sempre maggior presenza della grande distribuzione organizzata nella fase della commercializzazione. Il 70 per cento dei prodotti ortofrutticoli venduti in Sardegna non è sardo; su 10 chilogrammi di frutta e verdura consumati solo tre vengono prodotti nell’isola.
Anche l’annata agraria 2007-2008,  come quella precedente, è stata caratterizzata da una contrazione della produzione. Il caldo torrido ha pesantamente alterato i cicli produttivi dei prodotti agricoli, soprattutto degli ortaggi particolarmente soggetti alle bizze del clima. Un mix di fattori e circostanze sfavorevoli che ha comportato pesanti ricadute sui redditi soprattutto a carico dei produttori.

Confezioni caratteristiche del pane sardo della zona del Monte Linas
Pane sardo nelle caratteristiche confezioni del
Medio Campidano

Grano - È noto come da tempo l’industria pastaria italiana, leader a livello mondiale, dipenda in gran parte dalle importazioni dall’estero (nel 2007 la percentuale di importazione ha raggiunto il 45% delle esigenze) e numerosi sono stati in questi anni i tentativi di ridare slancio al grano duro italiano e renderlo maggiormente appetibile ai pastifici nostrani. Purtroppo con risultati finora non esaltanti. Da una parte l’industria chiede ai produttori la fornitura di materia prima di maggiore qualità, partite più uniformi, centri di stoccaggio più adeguati, dall’altra,  i produttori chiedono prezzi che riconoscano lo sforzo qualitativo in maniera adeguata. Le quotazioni del grano duro continuano invece ad accusare continui ribassi. Una situazione che non invoglia certo gli agricoltori a progettare grandi investimenti anche a fronte di costi di produzione, legati soprattutto al grano da seme, che non accennano a diminuire. Altro fattore frenante potrebbe essere l’entrata in vigore delle nuove regole comunitarie sulla condizionalità ambientale, che prevedono il divieto di seminare cereali a paglia per più di due anni consecutivi nell’arco di cinque campagne.
Nell’isola il settore ha sempre avuto i suoi punti di forza nella specializzazione della produzione del frumento duro, nella consistenza medio-grande delle aziende (il 72% supera i 20 ettari) e nella produzione locale fortemente legata al territorio. I punti di debolezza sono rappresentati dai costi di produzione elevati, dalla gestione non corretta delle risorse naturali, dalla disomogeneità della produzione, dalla mancanza di ricambio generazionale e dall’assenza di coordinamento tra i produttori. Gli oltre 96 mila ettari destinati alla coltivazione che, nelle buone annate, garantivano  una produzione  di 1,5 mila quintali evidenziano l’elevata specializzazione delle superfici agricole sarde per questo cereale. Le zone vocate alla sua coltivazione sono principalmente quelle del Medio Campidano, in particolare le sub-regioni Marmilla e Trexenta, della Nurra e dell’Anglona in provincia di Sassari. Le aziende produttrici sono circa 5 mila, le varietà maggiormente coltivate sono Simeto, Colosseo e Duilio.  Il grano duro sardo, di qualità pregiata, è adatto per ottenere diversi tipi di pane, pasta e dolci.

Fino al 2004 la produzione ha conosciuto un vertiginoso aumento, probabilmente legato anche ai premi comunitari; poi è arrivato il crollo. Secondo l’Istat, dal 2002 al 2004 la media degli ettari era pari a 95,8 ettari con una produzione media di 146,9 tonnellate;  dal 2005 al 2007 la media  degli ettari è scesa a 81,7 con una contrazione del 14,7%, quella della produzione è stata di 130,6 tonnellate con una contrazione dell’11,1 per cento. Al momento si assiste ad una ripresa, anche se nel 2008, a motivo della siccità che ha colpito soprattutto le zone vocate come la Trexenta la Marmilla, si è verificata una nuova contrazione. Secondo un’indagine dell’Ismea, è cresciuto il granaio Italia, con un’unica regione in controtendenza, la Sardegna, passata dai 75.843 ettari coltivati nel 2007  ed una produzione di 127 mila  tonnellate pari al 3% della produzione nazionale (4,130 milioni di tonnellate), ai 70.916 del 2008. Calano gli ettari coltivati, cala la produzione e le farine arrivano da altri paesi compresi quelli dell’Est Europa, anche la Russia, dove i prezzi sono più competitivi dei nostri.
A parte una percentuale riservata alla semina, la maggior parte di grano duro sardo  finisce nelle imprese molitorie per essere trasformato in  semola e farina; accanto a un ristretto numero di imprese di grandi dimensioni, sono presenti molteplici molini di dimensioni ridotte localizzati principalmente nella parte meridionale dell’isola. Analoga situazione si registra per quanto riguarda le imprese che producono pane e paste alimentari: a un ristretto numero di produttori che operano su scala industriale si affiancano numerosi produttori di piccole dimensioni che operano a livello artigianale, generalmente dediti alla produzione di pasta fresca tesa al soddisfacimento della domanda locale. La tipologia produttiva più diffusa rimane la pasta secca. Il grano duro sardo è una eccellente materia prima di base per la produzione di pani tradizionali  come  pane carasau, zicchi, civraxu, pistoccu, pane di Sanluri, spianata.
Diverse le iniziative a sostegno del settore, come il programma sementiero regionale, gli aiuti previsti nel Piano comunitario di sviluppo rurale 2007-2013 e l’istituzione di una Organizzazione di produttori cerealicola.  Assessorato regionale dell’Agricoltura, Consorzio sardo cerealicoltori, Consorzio Agrario, organizzazioni agricole, centrali cooperative e cooperative di produttori, consapevoli delle potenzialità del comparto, hanno infatti sottoscritto un accordo quadro  per la costituzione di una Op cerealicola  che consentirà la valorizzazione del grano duro in un contesto di filiera e che contribuirà a garantire agli agricoltori una maggiore remuneratività. L’accordo impegna i soggetti, sulla base di precisi disciplinari di produzione e per un periodo dai tre ai cinque anni, a contratti di coltivazione e di ritiro che possano dare vita ad un prodotto qualitativamente valido e competitivo. Cinque le cooperative coinvolte: Cosacer, Consorzio agrario, Cooperativa Madonna d’Itria di Villamar, Cooperativa A.p.o. di Serramanna, Cooperativa ortofrutticola di Villasor.
 

La testa stilizzata di un asinello, simbolo della produzione olearia dell'isola, nel logo di tutela dell'Olio Extravergine di Oliva di Sardegna Dop
La testa stilizzata di un asinello,
simbolo della produzione olearia
    dell'isola, nel logo di tutela
dell'Olio Extravergine di Oliva
           di Sardegna Dop

Olio - Si espande la superficie regionale occupata dall’olivo, aumenta la produzione nelle buone annate e migliora la qualità degli oli prodotti da aziende sempre più competitive. L’espansione delle superfici è dovuta all’inserimento della coltura nel programma operativo plurifondo e in altri programmi volti al recupero e al mantenimento di colture arboree ritenute importanti dal punto di vista ambientale. L’aumento della produzione e il miglioramento della qualità del prodotto sono da attribuire all’introduzione di nuove varietà e di nuove tecniche di impianto e di allevamento, alle pratiche colturali della concimazione, dell’irrigazione di soccorso e dei trattamenti contro i parassiti animali e vegetali. Un impulso al miglioramento delle produzioni è venuto poi dall’ottenimento della Dop Sardegna.
Sono 45.034 mila gli ettari destinati nell’isola all’olivicoltura, 42 mila dei quali in produzione,  la maggior parte  in coltura asciutta e rappresentata da impianti piuttosto vecchi e su terreni collinari: solo il 20 per cento degli impianti ha meno di 20 anni, è dotato di irrigazione, fa uso di fertilizzanti e procede alla raccolta meccanica delle drupe. L’aumento delle superfici è più consistente nella provincia di Cagliari, seguita da quella di Oristano, mentre quella di Sassari ha subito un decremento.  La maggior parte del patrimonio olivicolo è rappresentata dalle cultivar Bosana, Semidana, Tonda di Cagliari e Tonda di Villacidro e loro sinonimi , che costituiscono la base e le caratteristiche fondamentali della denominazione di origine protetta Sar­degna. La quota di produzione di olio di oliva, nelle ultime annate, è stata inferiore al 3 per cento di quella nazionale, pari a 5.722.365 quintali nell’annata 2007-2008. Il 90 per cento dell’olio prodotto è extravergine, il 2 per cento del quale  viene commercializzato con la Dop. La trasformazione avviene in 17 frantoi cooperativi e 128 privati, la maggior parte dei quali utilizzano impianti a ciclo continuo, quindi tecnologicamente avanzati. Le imprese confezionatrici, tra private e cooperative, sono circa 45. Spesso propongono oli pregiati custoditi in eleganti bottiglie, che talvolta riescono a spuntare prezzi anche competitivi e sempre più apprezzati e premiati nei vari concorsi oleari regionali e nazionali. Sono tre, invece, le imprese che trasformano le olive da mensa, tutte in provincia di Cagliari.
La produzione regionale di olio di oliva è insufficiente a coprire i consumi interni, pari a 180-190 mila quintali. Nell’annata agraria 2007-2008  sono stati prodotti  85.154 quintali caratterizzati da una qualità eccellente; in quella in corso, secondo stime dell’ Ismea su dati Istat, la produzione è di 88.100 quintali. Per soddisfare il proprio fabbisogno, l’isola importa circa 150 mila quintali di olio, non solo dalla penisola ma anche dall’estero, in particolare dalla Spagna e dalla Grecia. Importazioni quantificate in circa 37 milioni di euro, mentre le esportazioni regionali vengono quantificate in 2,5 milioni di euro,  pari allo 0,2% delle esportazioni italiane di oli e grassi. I principali mercati di riferimento dell’olio sardo sono la Germania, la Francia, la Svizzera, gli Stati Uniti e il Giappone. Mercati attratti dalla qualità degli oli extravergine, sempre più apprezzati e premiati nei vari concorsi oleari regionali e nazionali e ricercati da consumatori attenti e informati sulle caratteristiche organolettiche dei prodotti. 

Il prezzo dell’extravergine sfuso all’ingrosso, franco frantoio, oscilla da 3 a 3,30 euro al chilo; un prezzo rimasto pressoché invariato, e non remunerativo per gli olivicoltori, per le alte produzioni della Puglia (1.906.625 quintali nel 2007), della Calabria (2.040.522 nel 2007) e della Sicilia (576.760 nel 2007) ma soprattutto della Spagna (1.258 mila tonn. nel 2007), della Grecia e della Tunisia e , quindi, per la grande offerta di prodotto di importazione a prezzi bassissimi. Oltre la metà dell’olio venduto nella nostra penisola come italiano è ottenuto dalla spremitura di olive di cui non si conosce la provenienza. Nel 2006, abbiamo importato dalla Spagna, dalla Grecia e  soprattutto dalla Tunisia una quantità di olive dalle quali sono stati ottenuti oltre 400 milioni di litri olio, regolarmente venduto come nostrano. Gli oli extravergini sardi spuntano sugli scaffali prezzi che variano da 5,50 a 6,90  euro il litro.
La mancanza di una legislazione trasparente in sede comunitaria continua a penalizzare la qualità dei nostri oli e favorisce i prodotti banali, miscugli di olio ottenuto con olive spagnole, greche e tunisine, senza alcuna informazione per i consumatori. Per questo la tracciabilità diventa sempre più necessaria. Un grosso contributo alla trasparenza  dovrebbe venire dal decreto dell’ex ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro, secondo il quale è obbligatorio indicare lo stato membro o il paese terzo nel quale le olive sono state raccolte e dove ha sede il frantoio. Le aziende produttrici, però,  sono ancora in attesa di un chiarimento del Ministero sulla reale dicitura. Il decreto dispone inoltre che l’origine delle olive a livello regionale è riservato ai prodotti che possono fregiarsi della Dop o della Igp. Per ora a difendere questo prodotto simbolo della dieta mediterranea ci sono infatti 38 Dop, una delle quali sarda, e una Igp. La recente adozione della denominazione di origine controllata “Olio di oliva extravergine di Sardegna”, nonostante la ridotta capacità produttiva e le iniziali carenze sul piano organizzativo, oltre che consentire al consumatore di fare scelte consapevoli, è un grande traguardo  dal punto di vista della remunerazione dei produttori: all’ingrosso, franco produttore e sfuso, si spuntano tra  3,70 e  4 euro al chilogrammo. La produzione di olio extravergine Dop Sardegna, la cui commercializzazione è stata avviata anche a livello comunitario, si aggira sui 1.200 quintali, con una incidenza del 2% sulla produzione complessiva regionale. Le piante inserite nel sistema della certificazione sono  88.300. L’80 per cento dell’olio a denominazione viene prodotto in provincia di Sassari; il comune con la maggior produzione è Alghero, con  430 ettari e 580 quintali di olio certificato. In tutta l’isola, le aziende certificate sono 47 con una superficie pari a 680 ettari. I trasformatori sono 30, di cui 18 molitori e 12 imbottigliatori. Il 92 per cento dell’intera produzione viene venduta fuori dall’isola.
Uno dei primi passi appena compiuto per sostenere l’olio extravergine Dop Sardegna è stata la costituzione del Consorzio di tutela, con funzioni anche di promozione e valorizzazione del prodotto e di informazione del consumatore.

Pomodoro - Nel recepire la riforma  comunitaria dell’ortofrutta,  l’Italia  ha deciso di dividere in due i nuovi aiuti per i primi tre anni di applicazione. Il plafond attribuito dall’Ue sarà destinato per metà al disaccoppiamento (verrà concesso a chi non produrrà più pomodoro) e per l’altra a chi decide di restare in campagna, a condizione che sia socio di un’Organizzazione di produttori o abbia stipulato accordi con l’industria di trasformazione.
L’aiuto disaccoppiato dovrebbe aggirarsi tra 1.300 e 1.500 euro per ettaro, quello accoppiato (cioè abbinato alla produzione) sarà di circa 1.300 euro per ettaro. Chi decide di non coltivare più avrà il premio a condizione che i terreni vengano conservati in buone condizioni agronomiche. Chi coltiverà sarà sottoposto ai controlli di Agea, anche attraverso foto aeree sui campi e si terrà conto delle quantità trasferite alla trasformazione.
Dal 2011 il disaccoppiamento sarà totale. Condizione che, secondo alcuni esperti, porterà ad una selezione naturale dei produttori e a premiare chi produce qualità.
Selezione già avvenuta in Sardegna dove, nell’arco di un ventennio, gli ettari coltivati a pomodoro da industria sono scesi progressivamente da 2 mila a meno di 500, per poi risalire a 550.  Una dinamica associata al calo del numero di aziende accompagnato però da una progressiva razionalizzazione e specializzazione del comparto. Le rese per ettaro sono infatti raddoppiate grazie all’introduzione di innovazioni colturali, come l’utilizzo di sementi selezionate, ad una meccanizzazione spinta e al passaggio dell’irrigazione ad aspersione al sistema a goccia.
La provincia di Oristano, con i tre quarti dei circa 100 imprenditori agricoli interessati, continua a mantenere il ruolo di leader nella produzione; un primato dovuto alla migliore adattabilità dei terreni a questo tipo di coltura. Nell’annata 2007,  in base agli accordi stipulati tra l’Arpos (l’Associazione regionale dei produttori ortofrutticoli della Sardegna) e la Nuova Casar, l’unica industria di trasformazione del pomodoro operante nell’isola, sono stati messi a dimora  470 ettari che avrebbero dovuto garantire 360 mila quintali di prodotto della varietà Oxford, quasi il doppio della materia prima conferita l’anno precedente. A motivo delle avverse condizioni atmosferiche, i quintali conferiti all’industria di trasformazione sono stati 300 mila. All’inizio del 2008 tutto il trasformato del 2007 era già posizionato sul mercato. 
Anche il 2008 ha visto una riduzione della produzione programmata; il caldo torrido ha distrutto la parte di prodotto esposta all’azione dei raggi del sole. Dai 560 ettari  a dimora  sono stati  prodotti  400 mila quintali. tutti conferiti all’industria. 
L’aiuto europeo per una tonnellata di pomodoro per la campagna di commercializzazione 2007-2008 è stato pari a 27,76 euro.  Il prezzo sul campo riconosciuto al produttore dall’industria di trasformazione è stato di 10,33 per un quintale di prodotto contro i 6,97 del 2007,  prezzo che «discende dal riconoscimento degli sforzi fatti dagli agricoltori per un prodotto sempre più di qualità. Il nostro è il prodotto più caro d’ Italia, ma è anche il migliore» rileva Renato Lilliu, presidente dell’Arpos.  Ad una altalenante produzione di questa importante voce della bilancia agroalimentare isolana, si contrappone un aumento della richiesta di prodotto trasformato. Una recente indagine ha evidenziato che i sardi preferiscono conserve e pomodori pelati prodotti nell’isola: i consumi infatti si attestano al 42% dell’intero mercato.
Complessivamente, il comparto del pomodoro da industria, insufficiente a coprire il fabbisogno regionale, muove un giro d’affari di oltre 19 milioni di euro. 

Lavorazioni di capolini in uno stabilimento dell'area
idustriale di Villacidro
Carciofo
-  Nell’isola, questo pregiato ortaggio ha trovato le condizioni pedoclimatiche ideali per il suo sviluppo in diverse zone.  Tra quelle vocate il Medio Campidano, il Campidano di Cagliari e di Oristano, il Basso Sulcis, la Baronia in provincia di Nuoro, l’Ogliastra, la piana del Coghinas e l’Ittirese in provincia di Sassari.  Fenomeno produttivo particolarmente promettente fino agli anni settanta del secolo scorso, tanto da far assurgere l’isola, con i suoi 20 mila ettari a dimora tra varietà Spinoso Sardo, Violetto di Toscana, Terom, Tema, Masedu e Moretto, al primo posto a livello nazionale, la carcioficoltura, dopo un periodo di contrazione, sta conoscendo un momento di rinnovato interesse. Lo dimostrano i 13 mila ettari coltivati e una produzione annuale di oltre un milione di quintali di capolini, che collocano l’isola al terzo posto tra le regioni italiane con maggior superficie coltivata. Oltre il 60% della superficie interessa il Medio Campidano e il Basso Sulcis, mentre il 75 % dell’intera produzione è rappresentata dallo Spinoso Sardo. Il valore medio della produzione raccolta sfiora, nelle buone annate, i 107 milioni di euro.
Quasi il 25 per cento dell’intera produzione regionale, per un potenziale di 70 milioni di capolini all’anno, viene destinata alla conservazione (al naturale, in salamoia, surgelata) e alla trasformazione (sott’oli, creme,sughi) a livello sia industriale che artigianale Caratterizzata da un elevato grado di meccanizzazione nei processi di lavorazione, la trasformazione industriale comporta la realizzazione di semilavorati fermentati e refrigerati, conserve sottolio e al naturale e surgelati. I semilavorati verranno utilizzati per una trasformazione successiva in conserve sottolio o in altre preparazioni.
Le conserve sott’olio sono costituite da carciofi interi, a spicchi o a metà, condizionati con oli extravergini di oliva, di oliva o di semi di girasole, aromatizzati con spezie e piante aromatiche e confezionati in vasi di vetro chiusi con capsule metalliche. Molto diffusa, in particolare nel Medio Campidano, ma anche in altre delle altre zone vocate alla sua coltivazione, è la trasformazione artigianale ad opera di medie e piccole imprese che impiegano principalmente lavoro manuale, meccanizzando solo alcune fasi della lavorazione.
I prodotti semilavorati  e, in parte, le conserve sott’olio vengono ceduti a trasformatori secondari, nazionali ed esteri, che li confezionano con un loro marchio finale. La restante parte dei carciofi sott’olio,  lavorati principalmente con sistemi artigianali, viene commercializzata dalla grande distribuzione organizzata e dai negozi specializzati presenti su tutto il territorio regionale ma anche su quello nazionale ed estero, dove  è particolarmente richiesto il carciofo ripieno di tonno, rigorosamente sardo, pescato nelle acque circostanti l’isola di San Pietro.Tra le aziende leader specializzate nel semilavorato troviamo la Macar srl della Macolive Group con stabilimento nella zona industriale di Villacidro; tra quelle  più avanzate nella trasformazione in conserve sott’olio, troviamo la Green Gold di Ussaramanna, che commercializza con etichette “Ricette di casa mia”.

Spinoso Sardo è una cultivar che fornisce una produzione apprezzata per la precocità di maturazione ma soprattutto per le pregiate caratteristiche organolettiche del capolino e del gambo: al gusto morbido ma spiccato con sentori di cardo selvatico e dalle note amarognole attenuate si uniscono la carnosità del capolino e la tenerezza del gambo, soprattutto di quello di primo taglio.
 Il carciofo è ricco di ferro, di inulina (un polisaccaride presente soprattutto nel cuore, in grado di ridurre il tasso di colesterolo e dei trigliceridi) e di composti fenolici come la cinarina e l’acido caffeico, ed è anche un grande alleato del nostro fegato. Numerose sono, infatti, le proprietà terapeutiche e medicamentose che gli vengono attribuite: metabolizzante, diuretica, epatoprotettiva, lassativa e altre. Ma se queste virtù salutistiche sono proprie di tutti i carciofi, lo Spinoso Sardo ha una concentrazione di polifenoli maggiore rispetto a quella riscontrata in altre varietà e altre peculiarità che lo rendono speciale.
Lo Spinoso Sardo si differenzia dalle altre cultivar, oltre che per le qualità organolettiche, per le particolari caratteristiche morfologiche come la lunghezza dello stelo,  che raggiunge anche 68 cm, la fogliosità elevata, il colore verde con accentuate sfumature violette delle brattee esterne, la spinosità pronunciata e la forma conica allungata del capolino il cui apice termina con una spina gialla. Il ciclo produttivo è lungo con inizio raccolta generalmente da metà ottobre, per la varietà precocissima, a novembre-dicembre per quella precoce, per concludersi a gennaio-febbraio. La raccolta viene effettuata a mano recidendo lo stelo con un coltello in corrispondenza dell’intersezione con le ramificazioni secondarie, in modo da mantenere inalterata tutta la sua lunghezza.  Sempre presente nella cucina dei sardi, lo Spinoso  viene consumato prevalentemente crudo o cucinato per la confezione di primi piatti, piatti unici a prevalente base di carne, come la famosa panada di agnello, secondi piatti e contorni.  Per il suo gusto marcato e inconfondibile, gli intenditori preferiscono consumarlo crudo, anche in insalata,  spesso accompagnato con fette di pecorino o spolverato con bottarga di muggine.
Rinomato oltre Tirreno per le caratteristiche nutrizionali, organolettiche e di qualità, è  stato inserito dal Mipaf nell’Atlante dei prodotti tipici sin dal primo censimento regionale. Tappa finale per il Carciofo Spinoso di Sardegna sarà il riconoscimento della denominazione di origine controllata. Ad oggi, il relativo  Consorzio di tutela, con sede a Villasor, rappresenta circa il 23%  della produzione regionale per una superficie di oltre 1.700 ettari coltivati.

Riso - Negli ultimi anni il mercato del riso è profondamente cambiato; innanzi tutto, sono cambiati gli elementi normativi. La riforma comunitaria (Ocm riso) adottata a partire dal 2004 ha disegnato un nuovo scenario, riducendo fortemente il ruolo dell’intervento e introducendo il pagamento accoppiato per mantenere areali produttivi di vaste dimensioni all’interno dell’Unione europea. Rinnovate anche le regole degli scambi con gli altri Paesi; grazie all’allargamento dell’Ue si è modificato profondamente il rapporto tra la domanda e l’offerta all’interno della stessa: la prima è aumentata di circa il 4 per cento, aumento dovuto sia alla crescita del numero dei consumatori – i cittadini della nuova unione e gli immigrati – sia  all’allargamento degli usi del riso stesso correlato alla riduzione dei prezzi. Un mercato in espansione nel quale l’Italia entra con il suo primato di eccellenze sia nel settore della produzione della materia prima che nella industria di trasformazione. Anche nel comparto sardo,  attraversato negli ultimi anni da una crisi profonda, sta tornando l’ottimismo. Aumentano le superfici a dimora e, conseguentemente, anche le produzioni.
Nell’annata 2006-2007,  i 2.676 ettari a dimora (2.241 in provincia di Oristano e 435 tra le province di Cagliari e il Medio Campidano) hanno garantito una  produzione di 168 mila ql.  I produttori sono 92, 85 dei quali nella provincia di Oristano e 7 tra le province di Cagliari e Medio Campidano.
Le varietà coltivate  sono Carnaroli, Roma, Arborio, Originario, Ribe, oltre ai parbolizzati che non scuociono. Una importante fetta della produzione di riso sardo viene destinata alla semina.
Attualmente, l’unica industria risiera isolana è la Riso di Sardegna Spa di Oristano.  Nata nel 1951, lavora dai 20 ai 22 mila quintali l’anno, coprendo, nell’isola,  il 50-60% della distribuzione organizzata. Intanto i soci della Corisa, la cooperativa che per anni ha rappresentato il più importante gruppo di produttori di riso dell’oristanese e che nei tempi d’oro era in grado di trasformare anche 28 mila quintali di chicchi coltivati in oltre quattromila ettari di terreno, si sono organizzati e dato vita a un consorzio che ha già ottenuto il riconoscimento ufficiale di Op (Organizzazione dei produttori). I soci che fanno parte del consorzio, denominato Aro, sono un’ottantina e raccolgono ogni anno settantacinquemila quintali di riso: il 70 per cento destinati alla semina mentre la maggior parte viene confezionato e finisce sui banconi dei supermercati.

Preparazione di confezioni di zafferano
Confezioni di zafferano coltivato nell'area del Medio 
Campidano
 

Zafferano. Con 350 chili di stimmi su 450 prodotti in tutta la Penisola e oltre 45 ettari messi a dimora, l’isola detiene il primato nazionale nella coltivazione del Crocus Sativus. L’86% dello zafferano sardo, pari al 66% della produzione nazionale, viene coltivato nel Medio Campidano (a San Gavino Monreale: 30 ettari coltivati, 200 chilogrammi di prodotto e 100 produttori; Turri: 10 ettari coltivati, 70 kg di prodotto e 30 produttori; e Villanovafranca : 3 ettari coltivati, 15 kg di prodotto e 35 produttori ), dove sono coinvolte  quasi 200 aziende, che muovono un fatturato di oltre 2 milioni di euro.
Per ottenere un grammo di spezia occorrono 450 stimmi che si ricavano da 150 fiori. Un grammo di zafferano costa alla produzione dai 4 ai 6 euro per un valore di mercato che oscilla tra gli 8 e i 12 euro, con punte di 35 euro se presentato in eleganti confezioni; cifre triplicate in Abruzzo e in Toscana, dove la produzione è modesta ma dove i produttori hanno saputo valorizzarla. Una grande opportunità verrà dal riconoscimento del marchio comunitario “ Zafferano di Sardegna Dop”, prodotto strettamente legato al territorio non solo per gli aspetti pedoclimatici e per le tecniche agronomiche ma anche per una serie di manipolazioni tradizionali tramandate da secoli. Il 19 novembre scorso sono infatti scaduti, senza che alcuno abbia presentato ricorso, i sei mesi di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. L’iter per l’ottenimento del prestigioso riconoscimento era iniziato tre anni fa. Al comitato promotore hanno aderito 93 produttori di piante officinali di San Gavino Monreale, Turri e Villanovafranca, le tre aree riconosciute dal disciplinare  della Dop come zone di produzione; insieme coprono il 93 per cento della produzione regionale. In attesa dell’ultimo visto da Bruxelles, lo zafferano sardo può essere venduto in via transitoria con il bollino Dop nel territorio nazionale.
La Dop Zafferano di Sardegna è riservata allo zafferano essiccato in stimmi o fili proveniente dalle coltivazioni di Crocus sativus L. rispondente alle condizioni e ai requisiti stabiliti nel Disciplinare di produzione. Secondo quest’ultimo, i valori massimi di resa annua dello zafferano essiccato sono pari a 15 Kg per ettaro, 75 per quello fresco.  Lo Zafferano di Sardegna Dop ha anche un suo Consorzio di tutela che svolge attività di valorizzazione, tutela e promozione del consumo dello Zafferano di Sardegna Dop e cura gli interessi relativi alla denominazione. Costituito il 26 settembre 2007, l’organismo, presieduto da Mario Figus, è composto da soci produttori, trasformatori e confezionatori. «La nascita del Consorzio – sottolinea il presidente Figus – è per noi produttori un passo importante perchè ci consentirà di porre le basi per sfruttare il vantaggio competitivo insito nel prodotto zafferano, ormai noto per le particolari caratteristiche organolettiche, andando ad incidere su segmenti di filiera ancora troppo deboli, come la valorizzazione e la  promozione, ai quali si uniscono la tutela del prodotto e l’informazione nei confronti del consumatore».

Biologico - Sempre più spazio al biologico nei piatti italiani. È quanto emerge dai dati provenienti dal panel continuativo Ismea-AcNielsen che nel 2007, nonostante la stagnazione dei consumi, rivelano una crescita del 10,2% della spesa bio, proseguita nel 2008 tanto da far ipotizzare un aumento del 6% rispetto al 2007. La tendenza riguarda tutte le categorie del confezionato. Nelle regioni settentrionali si concentra più del 70% degli acquisti a livello nazionale, mentre al centro, inclusa la Sardegna, si consuma  appena il 19,2 per cento. Le produzioni più richieste sono il latte fresco, lo yogurt, le uova, gli oli di oliva, i cereali e la  pasta di semola.
Sul piano produttivo, nell’isola, dopo un lungo periodo di rallentamento, il biologico riprende a crescere. Leader a livello nazionale negli anni novanta, con le sue 8.500 aziende ed una superficie di 300 mila ettari, la Sardegna ha successivamente visto ridurre drasticamente sia il numero dei produttori, che scommettevano sulle coltivazioni pulite, sia le superfici interessate. Nel 2007 il comparto ha segnato una crescita del 45,35%  rispetto al 2006; un risultato che ha portato a 2.060 il numero delle aziende interessate e a 77.500 ettari la superficie notificata. Numeri che hanno permesso alla nostra isola di posizionarsi al terzo posto, dopo la Sicilia e la Calabria, tra le regioni italiane maggiori produttrici di biologico.
Oltre il 60% delle aziende hanno indirizzo produttivo prevalente foraggero-zootecnico seguito da quello olivicolo e ortofrutticolo. Aderiscono all’agricoltura biologica anche una trentina di aziende vitivinicole e quasi tutte le aziende produttrici di piante officinali (circa 40) e una cinquantina di aziende cerealicole. Il quadro è completato da 68 aziende di trasformazione che operano su tutti i settori della produzione agricola isolana: yogurt, formaggi, carni bovine, olio extravergine di oliva, pane carasau, dolci tipici. Interessante la produzione di uova bio realizzata nel Gennargentu. Nell’isola opera un circuito di aziende agrituristiche biologiche che coinvolge una decina di aziende distribuite su tutto il territorio regionale. Tre le Organizzazioni di produttori con base operativa nel cagliaritano, nel nuorese e nell’oristanese.
La commercializzazione viene effettuata direttamente dalle aziende di trasformazione attraverso la distribuzione organizzata e i punti vendita specialistici. Una quota rilevante di prodotti viene venduta direttamente dai produttori, anche attraverso le aziende agrituristiche biologiche. La quota di esportazione è di oltre il 20 per cento. I principali mercati di riferimento sono il Nord Italia, la Germania e l’Inghilterra, ma si stanno aprendo interessanti prospettive anche nei mercati scandinavi. Un ruolo di primaria importanza  per lo sviluppo del settore è svolto dai contributi legati alla misura 214 del Piano di Sviluppo rurale 2007-2013  della Regione Sardegna. Chi si è comunque dotato di una efficiente organizzazione commerciale rafforza le linee di prodotti biologici indipendentemente dalla disponibilità di specifici sostegni finanziari. Ciò significa che l’idea del biologico tiene ed è suscettibile di espansione, ma anche  che il comparto si è evoluto selezionando le imprese in grado di presentarsi sui mercati competitivi in grado di apprezzare la qualità delle produzioni agroalimentari sarde.
Crescono le aziende, ma i consumi registrano un sensibile calo. La motivazione è da ricercare nei prezzi considerati troppo elevati rispetto alla disponibilità del consumatore.

Caratteristica abitazione rurale dell'oristanese, dove negli anni Ottanta sono state promosse le prime iniziative agrituristiche nell'isola
Caratteristica abitazione rurale dell'oristanese, dove
nei primi anni Ottanta sono state promosse le prime
iniziative agrituristiche nell'isola

Agriturismo - Le vacanze a contatto con la natura piacciono sempre di più. I primi otto mesi del 2008 hanno registrato una crescita delle presenze pari al 5 per cento. Gallura, costa nord-orientale, coste sud-orientale e occidentale sono state  le località maggiormente richieste, con una permanenza media di cinque giorni di ospiti provenienti per il 70% dal Nord Italia (veneti e lombardi), per il 20% dal Sud Italia (in prevalenza siciliani) e per il 10% dall’Ue. I voli low cost stanno contribuendo a far crescere il numero degli stranieri che preferiscono l’isola. Il 92 per cento degli ospiti preferisce le aziende vicine al mare; il 75% ha una età compresa tra 30 e 50 anni, l’85% è rappresentato da coppie.
Nell’isola aumenta anche il numero delle aziende agrituristiche, cresciute rispetto a due anni fa del 18 per cento. Secondo dati dell’assessorato regionale dell’Agricoltura, gli indirizzi sono 731, con prevalenza in provincia di Olbia-Tempio (150), seguono Sassari (134), Nuoro (126), Oristano (119), Cagliari (101),  Medio Campidano (39), Carbonia-Iglesias (37) e Ogliastra (25). La superficie aziendale, nel 70%, va da 2 a 10 ettari; entro i 10 ettari si autorizzano 6 camere e 10 posti letto con l’incremento di un posto letto per ogni ettaro, oltre i 10  il limite massimo è di 13 camere e 20 posti letto. I posti coperti per i pasti sono 46.089. La dimensione media per esercizio è di 7,8 posti letto. Nel complesso, con 5.370 posti letto,  il comparto copre il 3.5% dell’offerta regionale turistica. Le infrastrutture presenti nell’isola (alberghi, campeggi, bed & breakfast) sono 2.500 per un totale di 85.686 posti letto, il 50% del totale. Ci sono poi le seconde case che contano più di settecentomila utenti.
Da ricordare che delle 731 aziende agrituristiche censite dalla Regione Sardegna, 42 sono associate ad Agriturist, l’organizzazione per il settore agrituristico di Confagricoltura.
Le aziende associate – come ci ha precisato il Segretario regionale di Agriturist Sardegna, Maurizio Carta – sono quelle che curano in particolare la promozione dei prodotti agroalimentari dell’isola.
Alla crescita del comparto oltre agli aiuti europei hanno contribuito anche le positive ricadute per le aziende, sia in termini occupazionali sia in termini di reddito, dato che proprio gli agriturismi sono nati come una delle possibili diversificazioni dell’attività agricola, rappresentando quindi una valida alternativa alla crisi del momento. Molteplici sono però i problemi con i quali il comparto deve confrontarsi.
Nell’isola, l’attività agrituristica è regolamentata dalla legge regionale 18/98, non ancora in linea con la rinnovata legge quadro del febbraio 2006, che prevede un più forte legame con il territorio. La Regione Sardegna, infatti, come le altre a statuto speciale, non ha l’obbligo di recepire la normativa nazionale con la conseguenza che le aziende sono costrette ad operare in presenza di una legislazione considerata “sfavorevole e incompleta”.
A sostegno del comparto, le Associazioni di categoria chiedono strumenti che consentano di tutelare operatori e utenti; l’adeguamento della normativa vigente specialmente per quanto riguarda la macellazione in fattoria e la trasformazione dei prodotti; l’istituzione di un Osservatorio regionale che, in linea con quello nazionale previsto dalla legge quadro, si proponga come strumento atto a garantire alle aziende un’assistenza tecnica specialistica ma anche come soggetto preposto al controllo preventivo delle autorizzazioni allo svolgimento dell’attività agrituristica rilasciate dai sindaci; una lotta all’abusivismo dilagante, rappresentato anche dalla presenza di una parte di b&b che si propongono ormai come veri e propri ristoranti; una maggiore incisività dell’istituzione pubblica nella promozione delle aziende associate.
Difficile conoscere il flusso economico che muove questa particolare attività, a metà tra agricoltura e turismo. Secondo l’Osservatorio nazionale dell’agriturismo il giro d’affari in Italia,  con 17.895 aziende, è stato nel 2007 pari a 1,1 miliardo di euro, quello medio per azienda di 56.350 euro. L’offerta gastronomica inciderebbe almeno del 25% sul fatturato annuo.