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Salvatore Cherchi *
Editoriale
Lucio Piga
Per un nuovo sviluppo investire in risorse umane
a cura della redazione
Valorizziamo le nostre ricchezze
Andrea Saba - Banco di Sardegna
L'economia del Sulcis Iglesiente - prima parte

L'economia del Sulcis Iglesiente - seconda parte

L'economia del Sulcis Iglesiente - terza parte

 

L'economia del Sulcis Iglesiente - prima parte
Andrea Saba - Banco di Sardegna

 

L'ECONOMIA DEL SULCIS IGLESIENTE
analisi elaborata da Andrea Saba - Ufficio Progetti Speciali del Banco di Sardegna

Parte prima

1. L’area

Visitare il Sulcis Iglesiente significa immergersi in un itinerario tra i più suggestivi. In ogni angolo si scoprono decine di tracce di quella che è stata la prima industria sarda. Le montagne costellate di villaggi ormai fantasma, i pozzi, le colline di fanghi rossi, le attrezzature abbandonate nei piazzali a bocca di miniera testimoniano di una stagione felice. A quel tempo l’area costituiva il cuore industriale della Sardegna. In un’isola incapace di offrire opportunità di sostentamento dignitose a tutti i suoi abitanti, il Sulcis Iglesiente riusciva nell’impresa. Era anzi capace anche di attrarre risorse umane dall’esterno, producendo immigrazione, nonostante la durezza e la pericolosità dell’attività mineraria.

I resti dei villaggi in cui attorno ai bei palazzi d’epoca della direzione delle miniere e alle case dei proprietari vi erano le officine, le scuole, le mense, gli spacci, la caserma dei carabinieri, l’ufficio postale, le abitazioni di tutti coloro che facevano vivere quest’attività, raccontano di comunità autosufficienti, che producevano all’interno quasi tutto ciò che serviva. In questi luoghi si sono determinate concentrazioni di popolazione tra le più elevate in Sardegna, del tutto sconosciute – se si eccettuano i principali centri – nel resto della regione. Gli arrivi di persone dall’esterno favorivano lo scambio culturale e il confronto con mentalità diverse. La “grande” industria mineraria attirava capitale umano poiché offriva non poche opportunità di lavoro specializzato. Nel 1951 Iglesias era la quarta cittadina sarda per numero di abitanti e Carbonia la terza.

Oggi di quell’antica e lunga stagione rimane solo il vivo ricordo. Anche l’industria metallurgica, che avrebbe dovuto rappresentare una nuova chance di sviluppo, segna il passo e persino le aziende sin qui sopravvissute alle ripetute crisi lanciano preoccupanti segnali di allarme. Carbonia, nonostante la sua riconversione a centro di servizio dell’area, è oggi solo la settima cittadina sarda. Iglesias si colloca al nono posto. Il Sulcis Iglesiente vive il contrasto stridente tra la memoria di quella che fu una stagione avvincente e la difficoltà di ricollocarsi nel nuovo contesto, imboccando un positivo sentiero di sviluppo. L’area presenta notevoli potenzialità, sino ad oggi solo in parte valorizzate dal punto di vista economico. A partire dai monumenti di archeologia industriale, nel cui recupero si manifestano rilevanti ritardi. Un cambio di marcia pare indispensabile per invertire una pericolosa tendenza che – come si illustra nell’analisi successiva – nell’ultimo decennio ha portato l’area a perdere buona parte delle sue risorse umane, in particolare quelle più giovani, che emigrano alla ricerca di un lavoro qualificato.

Nonostante la relativa vicinanza in linea d’aria con l’area metropolitana di Cagliari, il Sulcis Iglesiente, per i motivi appena esposti, non ha mai costituito una semplice appendice del Capoluogo. Sul piano produttivo ha anzi manifestato, sino al recente passato, una certa autonomia. L’omonima regione storica si colloca nella parte occidentale della Sardegna meridionale e comprende due ambiti territoriali distinti, separati dalla valle del Cixerri: l’Iglesiente, costituito da un ampio tratto montagnoso delimitato dalla valle citata a Sud, dal Campidano a Est e dal Guspinese-Arburese a Nord e il Sulcis, che include tutto il territorio a Sud Ovest della valle del Cixerri. Il primo gravita attorno alla cittadina di Iglesias, fondata nel 1050 con il nome di Villa di Chiesa. Il Sulcis ha invece in Carbonia, fondata nel 1935, il suo centro principale.

In luogo della regione storica, che comprende 25 comuni, l’analisi qui condotta farà riferimento ad un aggregato un poco più ampio, l’Area Pit del Sulcis Iglesiente che include, in aggiunta, anche i centri di Carloforte, Decimoputzu e Villaspeciosa. Definita nel 2001 attraverso una lunga attività di concertazione che ha coinvolto le rappresentanze istituzionali e economico-sociali della zona(1), l’Area Pit del Sulcis Iglesiente è una delle cinque in cui è stata ripartita la provincia di Cagliari ai fini della costruzione dei Progetti integrati territoriali. Si è ritenuto opportuno riferire l’analisi a tale aggregato poiché rappresenta il frutto di una definizione recente che l’area si è data, risultato della volontà programmatoria delle comunità locali, espressa al tavolo di concertazione provinciale.

L’Area così individuata comprende integralmente i due Sistemi locali del lavoro censiti dall’Istat nella zona, quelli di Iglesias e di Sant’Antioco(2). Include però anche altri quattro comuni: Teulada, Uta, Decimoputzu e Villaspeciosa. Si tratta di un bacino molto esteso, con una superficie di circa 2.100 chilometri quadrati, che rappresenta più di un terzo della provincia di Cagliari. A Sud il Sulcis Iglesiente confina con i Comuni di Pula e Domus De Maria, tra i più dinamici dell’isola da un punto di vista turistico. È evidente che una efficace strategia di sviluppo della zona, oltre che sull’utilizzo delle potenzialità turistiche endogene, potrebbe beneficiare notevolmente della creazione di reti e collegamenti virtuosi con tali realtà, già affermate sul mercato dell’ospitalità. Ciò vale soprattutto per il Basso Sulcis e per le sue produzioni agroalimentari di qualità. Come si descrive in dettaglio più avanti, questa parte dell’area in esame sta costruendo un rapporto di reciproco arricchimento con le strutture ricettive sulla costa, attraverso le iniziative avviate nell’ambito della precedente esperienza del Programma Leader.

Il territorio si ripartisce tra i diversi Comuni in modo molto disomogeneo. Vi è infatti una marcata differenza di estensione tra i diversi Centri. Quelli con la maggiore superficie sono Teulada, Iglesias e Siliqua che possiedono, insieme considerati, quasi il 30% dell’area complessiva.

Per contro vi sono alcune realtà molto piccole, come quelle di Piscinas, Musei e Masainas che non raggiungono, globalmente, il 3 per cento. Tra questi due estremi si collocano quattro municipi con una quota tra il 5 e il 7% del totale, tra i quali Carbonia, Fluminimaggiore, Santadi e Uta.


2. La popolazione e la dinamica demografica (3)

L’Area Pit del Sulcis Iglesiente raccoglie poco più di un quinto degli abitanti della provincia. Vanta una popolazione di circa 153.000 residenti, prevalentemente concentrata in un grappolo di Comuni. Si tratta dei centri in cui storicamente si sono localizzate le attività produttive, da quelle minerarie alle più recenti, imperniate sulla metallurgia. I due agglomerati principali, Carbonia e Iglesias, possiedono insieme ben il 40% della popolazione complessiva. Carbonia è la cittadina più grande, l’unica a raggiungere i 30.000 abitanti. Iglesias, di poco più piccola, supera comunque i 29.000. Altro agglomerato di dimensioni superiori alla media è Sant’Antioco, che quasi raggiunge i 12.000 residenti. Attorno a questi tre poli catalizzatori si raccolgono altri 5 Comuni con una popolazione consistente – compresa tra le 5 e le 6.000 persone – parte anch’essi del cluster produttivo. Tra questi vi sono Gonnesa, San Giovanni Suergiu e Domusnovas, antichi centri minerari. Portoscuso, con il polo di Portovesme, rappresenta soprattutto un’epoca successiva, legata più alla metallurgia e alla trasformazione dei minerali che alla loro estrazione. Vi è infine Carloforte, da sempre contraddistinta da una sua specificità, culturale e produttiva. L’isola di San Pietro ha infatti rappresentato dapprima la principale realtà nello sfruttamento delle risorse ittiche ed è oggi la zona più capace di attrarre flussi turistici di una certa consistenza.

Vi sono anche altri due grappoli di Comuni con una apprezzabile concentrazione di risorse umane. Il primo è costituito dai Centri di Decimoputzu, Villaspeciosa e Uta, i più vicini all’area metropolitana di Cagliari, collocati al crocevia di importanti vie di collegamento. Il secondo è quello che raggruppa Santadi, Teulada e Sant’Anna Arresi, caratterizzato dalla presenza di qualificate realtà della trasformazione agroalimentare e da notevoli potenzialità di sviluppo, sinora poco sfruttate, nel settore turistico. Stretto tra questi tre poli demografici, al centro dell’Area Pit, si trova un gruppo di sette Comuni minori scarsamente popolati. Nuxis, Piscinas, Perdaxius, Tratalias, Villaperuccio, Giba e Masainas hanno tra gli 800 e i 2.000 abitanti e raccolgono insieme meno del 6% della popolazione complessiva.

 La densità demografica superiore alla media regionale rappresenta uno degli elementi che testimoniano la specificità e la peculiarità di quest’area nel contesto regionale e la centralità rivestita, sino al recente passato, nell’economia dell’isola. La maggiore concentrazione si raggiunge nei Poli di Carbonia (208 abitanti per chilometro quadrato), Iglesias (140), Portoscuso (138) e Sant’Antioco (134). Per converso vi sono realtà con un bassissimo grado di antropizzazione. Tra queste spicca Teulada, che possiede un territorio molto vasto, peraltro sottratto in buona misura alla disponibilità della popolazione in quanto destinato a usi militari. Il limite posto da tali servitù all’utilizzo produttivo del notevole patrimonio ambientale del comune è forse all’origine del notevole deflusso di risorse umane che lo ha investito nell’ultimo decennio. Teulada ha infatti perso circa un sesto della sua popolazione e presenta il più elevato indice di spopolamento all’interno dell’Area Pit.

È però il Sulcis Iglesiente nel suo complesso a subire, nell’ultimo decennio, un assai intenso decremento della popolazione, a ritmi doppi rispetto alla media regionale e pari a quattro volte quella provinciale. Il fenomeno colpisce con particolare forza alcuni dei centri più importanti tra cui Carbonia e Carloforte. La popolazione aumenta solo nel comune costiero di Sant’Anna Arresi e in quelli più vicini al Capoluogo regionale, Uta e Villaspeciosa. Più contenuto appare il decremento a Iglesias, che mostra di subire meno gli effetti della crisi dei settori tradizionali.

La tendenza negativa si accentua nella seconda metà del decennio, segnalando un aggravamento del fenomeno, che continua ad avere una incidenza percentualmente superiore rispetto ai contesti di riferimento. Tra il 1996 ed il 2000 l’Area Pit perde quasi 5.000 abitanti. Nel decennio tra il 1981 ed il 1991 ne aveva guadagnati più di 4.000. In cinque anni si brucia quindi la crescita demografica di un decennio. A determinare tale risultato è l’impennata del deflusso migratorio. Negli anni ’80 avevano lasciato il Sulcis Iglesiente 1.880 persone, nel corso di dieci anni. Tra il 1996 ed il 2002, in soli quattro anni, a emigrare sono più di 4.000 individui. Il 60% dell’emigrazione e l’82% del calo della popolazione della provincia sono imputabili a quest’area.

A risentire di più del fenomeno non sono solo i piccoli centri. Sono anzi alcuni di quelli maggiori a soffrirne maggiormente. Il comune di Carbonia perde, ad esempio, 1.250 abitanti in quattro anni. Per avere un elemento di comparazione, si consideri che nel decennio precedente la sua popolazione era aumentata di ben 700 unità. Il decremento è di 700 persone ad Iglesias, di 349 a Sant’Antioco, di 392 a Teulada.

Il Sulcis Iglesiente perde 30 abitanti ogni 1.000 residenti, più del quadruplo di quanto accade a livello regionale. Un secondo elemento negativo è rappresentato dalla presenza di un saldo naturale della popolazione negativo. Nascono meno persone di quelle che muoiono. La differenza è di circa 165 unità all’anno per l’area nel suo complesso. Ciò rappresenta una conseguenza del più accentuato invecchiamento della popolazione nell’area in esame, in conseguenza della particolare intensità raggiunta dal deflusso di giovani in cerca di opportunità di lavoro.

 L’indice di vecchiaia, che indica il peso delle classi più anziane su quelle giovani, supera nell’area il valore 100, contro una media provinciale e regionale molto inferiore (89). L’indice di dipendenza, che misura la incidenza dei giovani e degli anziani – la popolazione improduttiva – su quella in età da lavoro, è molto elevato e quasi doppio rispetto alla media provinciale. Il Sulcis Iglesiente sembra dunque perdere progressivamente la connotazione di realtà produttiva, che lo ha storicamente caratterizzato, e acquisire via via la fisionomia di una terra di ex-lavoratori e pensionati, che basa la sua economia sempre più sui trasferimenti da pensioni e sempre meno sui redditi da lavoro. Ciò si traduce in una bassa crescita del numero delle famiglie e del patrimonio abitativo. Anche in questo tale realtà segna pesantemente il passo rispetto alla provincia di Cagliari nel suo complesso e alla stessa media regionale. Anche qui, come nel resto dell’isola, costituiscono un’eccezione le realtà costiere suscettibili di sviluppo turistico, in cui aumentano più intensamente famiglie e abitazioni. Ma lo scostamento dall’andamento generale è qui meno marcato che nel resto dell’isola, poiché nella maggior parte dei Comuni costieri scarso è lo sfruttamento delle risorse ambientali, come testimonia la scarsa offerta ricettiva e il basso numero di presenze. La contenuta crescita del patrimonio abitativo a Gonnesa e la sua diminuzione a Buggerru, nonostante si tratti di realtà dotate di un patrimonio ambientale di particolare pregio, ne costituisce un’ulteriore conferma.


3.  Il reddito, gli indicatori di benessere e la finanza locale

Nel Sulcis Iglesiente che, come si è osservato, vanta un terzo della superficie provinciale e un quarto della popolazione, si produce relativamente meno reddito rispetto agli aggregati di riferimento. L’area in esame infatti, pur possedendo il 21% dei contribuenti della provincia di Cagliari, genera “solo” il 18% del reddito imponibile. Ciò dipende dal più basso reddito pro-capite (11.863), che rappresenta solo l’88% della media provinciale (13.682 euro) e il 98% di quella regionale (12.552 euro). Il risultato complessivo è determinato soprattutto dalla minore presenza, nel Sulcis Iglesiente, di persone in possesso di un lavoro ufficiale e quindi di un reddito censito. In Sardegna sono infatti 44 ogni 100 residenti, mentre nell’area in esame risultano solo 39.

Nel corso del decennio l’imponibile per contribuente cresce nell’area in misura sostanzialmente identica a quanto accaduto a livello provinciale e regionale (+23%). Il numero dei possessori di reddito aumenta però molto meno, e così l’imponibile complessivo. Infatti la crescita del reddito totale nell’Area rappresenta appena l’85% di quella media regionale. Il risultato è che il contributo dato dal Sulcis Iglesiente alla generazione di ricchezza nell’isola si riduce fortemente, come anche la sua capacità relativa di offrire opportunità di lavoro e di reddito. Aumenta invece, in misura notevole, l’attrattività sotto questo profilo del Cagliaritano, molto più dinamico. Non a caso verso il Capoluogo sono dirette la gran parte delle risorse umane che fuoriescono dall’area.

Gli unici comuni in cui il reddito pro-capite raggiunge livelli paragonabili alla media provinciale sono quelli maggiori, in cui tradizionalmente si concentrano la produzione e i servizi. Troviamo nella prima posizione Portoscuso (13.675 euro), seguito da Carbonia (13.502), Iglesias (13.258), Carloforte (12.469). Per converso vi sono redditi medi molto più bassi nei piccoli centri. Decimoputzu (8.109), Masainas (8.370) e Villaperuccio (8.832) sono le realtà relativamente più povere. Qui la ricchezza per abitante raggiunte appena il 70% della media regionale. La mappa rivela come l’Area Pit possa essere sotto questo profilo scomposta in due zone: l’Iglesiente e l’Alto Sulcis, cioè la zona in cui tradizionalmente si è concentrata l’attività industriale, nella quale la ricchezza pro-capite è più alta; il Basso Sulcis, e più in generale tutta la parte che si trova a Sud del Cixerri, in cui il panorama è molto meno roseo, con un reddito pro-capite sensibilmente più basso.

Emerge in tutta la sua dimensione il contributo dato da Portoscuso, in testa a tutte le graduatorie per ricchezza prodotta. Ciò sottolinea la rilevanza del ruolo che ancora svolge la grande industria nell’area. Proprio a Portoscuso e nella vicina Portovesme si concentrano infatti alcune delle aziende più rappresentative e di maggiori dimensioni dell’industria regionale. Ciò dovrebbe spingere a considerare con la massima attenzione e cautela i segnali di crisi che vengono da alcuni importanti operatori, per la rilevanza delle conseguenze che potrebbero derivarne, non solo per l’economia dell’area.

Un secondo elemento saliente è rappresentato dalla forte concentrazione dell’imponibile nei due Comuni maggiori di Carbonia e Iglesias, che insieme arrivano al 45% del totale. Anche tali realtà vanno quindi guardate con attenzione, poiché rappresentano la “cassaforte” dell’area, in cui risiede buona parte della ricchezza. Nell’ultimo decennio la città di Carbonia presenta una migliore dinamica produttiva – anche se insufficiente a soddisfare l’offerta di lavoro, vista la contrazione demografica subita – mentre Iglesias rivela preoccupanti segnali di crisi. Alla luce di tale evoluzione e dei segnali di allarme provenienti anche dall’attività produttiva localizzata a Portoscuso – cui Carbonia è particolarmente legata – appare chiaro che l’Area nel suo complesso corre gravi rischi di depauperamento della struttura demografica e produttiva, che pongono seri interrogativi sul futuro dell’economia di tutto il Sulcis Iglesiente.

 Ai fini delle scelte localizzative della popolazione cruciale è la qualità della vita. Su di essa incidono in misura determinante, anche se non esclusiva, il reddito e la sua distribuzione. Vi sono peraltro anche altri indicatori finanziari che consentono di misurare il benessere relativo di un’area rispetto alle altre. Tra questi presentano una particolare utilità quelli relativi ai consumi.

 Si è già rilevato che il Sulcis Iglesiente ha un reddito pro-capite inferiore alla media regionale. Si è anche osservato come ciò dipenda in parte dalla minore presenza di contribuenti ogni 100 abitanti. Vi è anche un altro fattore che produce tale risultato: la relativa scarsità nell’area in esame di redditi lordi annui superiori ai 20.658 euro, che corrispondono a 40 milioni di lire (visto che non ce n’è di nuove, non le chiamiamo vecchie). Solo il 6,5% dei contribuenti percepiscono importi superiori a tale soglia, contro il 7,8% della media regionale e quasi il 10% di quella provinciale. L’Area si colloca peggio rispetto alla provincia nel suo complesso anche per quanto riguarda la classe compresa tra i 10.330 ed i 20.658 euro (20-40 milioni di lire). Ciò è legato ovviamente alla forte incidenza dei redditi agricoli, tradizionalmente più bassi, particolarmente diffusi soprattutto in molti Comuni della valle del Cixerri e nel Basso Sulcis. Le cittadine di maggiore dimensione hanno invece una misura superiore alla media regionale.

 La collocazione del reddito medio dell’Area al di sotto dello standard Sardegna è confermata dall’esame di alcuni indicatori di spesa e di benessere. Rispetto alla media regionale, il Sulcis Iglesiente detiene poco meno del 70% degli abbonamenti telefonici uso affari per abitante e quote inferiori di autovetture, normali e di lusso. Gli indicatori di consumo sono però sostanzialmente in linea con la media regionale e provinciale, e risultano notevolmente migliori di quelli rilevati nella maggior parte delle zone non metropolitane della Sardegna.

 Ciò dipende in primo luogo dal fatto che l’Area continua, nonostante i ripetuti processi di ridimensionamento e conversione, ad avere un apparato produttivo di grande valenza, tuttora capace di generare flussi di reddito e ricadute sull’economia in misura non paragonabile a quanto accade nella maggior parte delle zone periferiche dell’isola.

 Il risultato è però legato anche alla notevole intensità raggiunta dai trasferimenti pubblici. Si è già sottolineata l’importanza di quelli legati alle pensioni corrisposte a coloro che si sono ritirati dal lavoro, che assume qui una notevole incidenza anche per la presenza di importi pro-capite superiori alla media. Un’altra voce da considerare è quella dei trasferimenti erariali, che sono anche in questo caso relativamente più alti, in termini pro-capite, rispetto agli aggregati di riferimento, non solo nei Comuni minori, ma anche in quelli più importanti, con l’eccezione di Portoscuso. L’area presenta invece incassi molto bassi dall’Imposta comunale sugli immobili, in termini pro-capite appena il 60% della media isolana. Si distinguono, in positivo, i comuni di Portoscuso e di quelli di Calasetta e Carloforte. 

(continua nella seconda parte)

 

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Note

(1) I Progetti integrati territoriali rappresentano una modalità di attuazione del Piano operativo regionale, a cui ricorrere in presenza di progetti di sviluppo che abbiano un forte carattere di integrazione e prevedono il concorso di investimenti sia pubblici che privati. Al fine di attivare tali strumenti sono state individuate delle aree di riferimento per la loro applicazione.

(2) I Sistemi locali del lavoro sono realtà autocontenute dal punto di vista produttivo. Si veda in proposito F. Sforzi, I Sistemi locali del lavoro, Istat, 1991.

(3) Tra gli studi recenti sull’economia dell’area si ricordano Il Piano socioeconomico della Comunità montana n. 22 del Sulcis Iglesiente, il materiale predisposto dall’Osservatorio industriale della Sardegna e dall’Associazione degli Industriali di Cagliari per il recente Convegno sul Sulcis Iglesiente e il Piano di sviluppo locale costruito dal Gal Basso Sulcis per il programma Leader.