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Per la soluzione del problema rifiuti l'Unione europea ha ormai recepito l'evoluzione verso un sistema di gestione integrata ed ha assegnato una posizione di priorità alle strategie che gli stati membri devono adottare nella lotta contro l'inquinamento. Ma in Italia è ancora del tutto assente un tale modello di gestione e si fa ancora massicciamente ricorso alla discarica.La produzione di rifiuti continua ad aumentare. In tutto il mondo. Una corsa sfrenata verso la distruzione delle materie prime, che inesauribili non sono e che occorrerebbe recuperare e riutilizzare, se si volesse veramente perseguire l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile.
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Inceneritore di Cagliari: impianto smaltimento fanghi | La produzione di rifiuti continua ad aumentare. In tutto il mondo. Una corsa sfrenata verso la distruzione delle materie prime, che inesauribili non sono e che occorrerebbe recuperare e riutilizzare, se si volesse veramente perseguire l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile. Il fenomeno è talmente esteso e drammatico che sempre più spesso ci si chiede fino a che punto possa essere spinta la compatibilità fra sviluppo industriale e sviluppo sociale. In altre parole, come conciliare la crescita del prodotto interno lordo con l’esigenza più complessa di vivere in un ambiente pulito. La polemica sulla società dei consumi non è sorta d’improvviso con il diffondersi dei movimenti ambientalisti. È una questione molto più antica, che ha accompagnato lo sviluppo di modelli di consumo propri delle società capitaliste più avanzate. Ma ci pare, ormai, che la generalità degli operatori di questi sistemi abbia rinunciato a puntare tutto sulla crescita economica e sul benessere, visto soprattutto come possibilità generalizzata di acquistare senza limite nel grande mercato del consumo quotidiano. Il dibattito ed il confronto si sono spostati sul modello di sviluppo conseguente, sui limiti da porre alle attuali tendenze dell’economia, sulle alternative possibili ed immaginabili. Si confrontano a questo punto tra loro le diverse proposte in discussione: non sempre compatibili, spesso sbandierate come “alternative”, ma in realtà né nuove, né realistiche. Alcuni nodi sono però di indubbia consistenza e rilievo: non possiamo continuare a riempire le nostre città di rifiuti, a sprecare ogni risorsa energetica, ad affidarci alla chimica per ogni nostra esigenza di vita. Ha quindi indubbiamente ragione chi sostiene che una responsabile politica dei rifiuti deve essere prima di tutto il risultato di un processo culturale collettivo ed individuale, privato e pubblico, a tutti i livelli (politico, legislativo, amministrativo). E, come tutti i processi di tale portata, anche questo non è di facile e rapida realizzazione. L’aver compreso, però, che il concetto economico insito nel problema rifiuto doveva, e deve, passare da un approccio di semplice “smaltimento” a quello più consapevole e responsabile di “gestione”, rappresenta un segnale di incontestabile maturità. Rivolgere l’attenzione all’intero processo gestionale, inteso come raccolta, trasporto, recupero e smaltimento, oltre alle operazioni di controllo degli impianti (anche dopo la loro eventuale chiusura), discariche comprese, costituisce, per usare una felice espressione dell’ecologista biologo Barry Commoner, il «ripristino del cerchio delle cose che abbiamo spezzato». L’evoluzione verso il “sistema gestione” è stato recepito in termini normativi direttamente da Bruxelles all’art. 3 della direttiva 91/156/Cee, che assegna una posizione di priorità alle strategie che gli Stati membri devono adottare per la lotta contro l’inquinamento da rifiuti. Strategie che si possono così sintetizzare: identificare le sostanze pericolose e rendere i produttori responsabili della raccolta, trattamento e riciclaggio dei loro scarti di produzione; incoraggiare i consumatori a scegliere prodotti e servizi che producano meno rifiuti; sviluppare e promuovere una strategia europea di riciclaggio dei rifiuti che preveda obiettivi, sistemi e monitoraggi comuni; promuovere e realizzare mercati dei materiali riciclati; favorire azioni specifiche secondo un approccio di politica di produzione integrata, cioè una progettazione dei prodotti volta a ridurre l’impatto ambientale dei manufatti ed al termine della loro vita sottoporli, previo trattamento, a riciclo/riutilizzo. Sin qui gli studi, i proclami e le buone intenzioni. Ma com’è la situazione, in realtà? Partiamo dall’Italia.
La produzione rifiuti in Italia
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Utilizzazione bottiglie vetro verde riciclato in un'azienda vinicola del cagliaritano | Nel nostro paese, la produzione di rifiuti (compresi quelli tossici, sanitari ed industriali) supera i 108 milioni di tonnellate all’anno. I rifiuti di origine urbana sfiorano i 30 milioni, il che significa una produzione media annuale di circa 523 kg per cittadino, neonati compresi; grosso modo, 1,43 chili al giorno. Le statistiche parlano chiaro: una crescita media annua pro-capite del 2,5% nell’ultimo quinquennio, a fronte di un aumento del prodotto interno lordo dell’1,75 per cento. Ciò significa che si va sempre più verso un modello di consumo e di produzione dove, a parità di reddito generato, si consuma e si butta via sempre più materia, anziché il contrario. Con l’accentuarsi dei fenomeni di urbanizzazione, con lo sviluppo economico e la crescita demografica nelle grandi città, i problemi relativi alla raccolta, al trasporto, alla gestione ed allo smaltimento dei rifiuti generati dagli usi domestici e dalla produzione industriale, si sono amplificati, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Oltre alla maggiore quantità, si deve infatti affrontare anche una qualità diversa degli stessi, poiché gli sviluppi tecnologici ed i progressi nella ricerca hanno modificato i materiali di cui sono principalmente costituiti. Questa situazione influisce quindi anche sul ciclo di vita dei prodotti, riducendolo drasticamente, con un conseguente spreco enorme di risorse e materiali. Si usa parlare, a questo proposito, di passaggio da una “società dei consumi” ad una “società dei rifiuti”. In Italia, quella dei rifiuti resta a tutti gli effetti un’emergenza nazionale, nonostante la legge Ronchi, provvedimento per certi versi rivoluzionario, che avrebbe dovuto eliminare per sempre le discariche e riciclare almeno il 35% degli scarti. Abbiamo parlato non a caso di emergenza, con molte ripercussioni non solo sul piano sociale ma addirittura su quello della pubblica sicurezza, tanto da aver portato a coniare il termine “ecomafia” per descrivere il fenomeno malavitoso che sui rifiuti – specialmente quelli pericolosi prolifera e fa affari, con un grave danno ambientale. Comunque sia, la crescita della produzione di rifiuti neutralizza tutti i progressi sin qui compiuti nel campo della differenziazione. In questo processo perverso, gli imballaggi domestici hanno un peso notevole, con un’incidenza del 60% circa sul volume totale dei rifiuti urbani e del 40% in termini di peso. Secondo le stime del Conai (il Consorzio nazionale che raggruppa le sei organizzazioni che si occupano del recupero e riciclo dei vari materiali), la produzione di imballaggi domestici cresce in media del 3,5% ogni anno, quindi più di quanto non crescano i rifiuti tout court. Oltre ai dati numerici, possediamo anche la fotografia dei rifiuti degli italiani, partendo dall’analisi dei cambiamenti sociali. Ce la fornisce Legambiente, che ha compiuto uno studio specifico in proposito: aumentano i single e, con loro, la spazzatura, che cambia anche faccia. Se prima erano avanzi di pasta e residui di frutta e verdura a riempire la pattumiera di casa, oggi sono plastica, carta e cartone a farla da padrone. Cambiano gli stili di vita, la famiglia ed il modo di mangiare e come diretta conseguenza cambia il contenuto della destinazione finale dei nostri consumi. Le persone che vivono sole sono soprattutto consumatrici di prodotti monouso e usa e getta, mentre la vita più frenetica ci porta a fare la spesa nei supermercati, dove tutta la merce è imballata in contenitori che finiscono direttamente nel secchio della spazzatura. E così, se negli anni passati il rifiuto organico costituiva il 72% della composizione totale, oggi questa frazione è scesa al 42 per cento. Al contrario, se prima la plastica costituiva solo il 6% dei rifiuti urbani, oggi la percentuale è più che raddoppiata e costituisce il 15% dei rifiuti che finiscono nei cassonetti. Stesso discorso per i materiali cartacei, che dal 13% sono passati al 28 per cento. Un cambiamento di vita che pesa molto sia sull’ambiente, sia sulle tasche dei cittadini, tanto che a tutt’oggi l’Italia è il paese europeo che produce e spreca più imballaggi.
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Cerchione per autovettura in materiale composito | «Quello che non va in Italia – osserva Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente – è che una vera politica dei rifiuti non esiste. Malgrado il decreto Ronchi, si continua a circondare le città di discariche ed a proporre inceneritori per svuotarle. Non si fa prevenzione, imponendo norme severe sugli imballaggi, ad esempio, né si indica con decisione la via del riuso e del riciclaggio». E aggiunge Daniele Fortini, presidente di Federambiente: «Si tratta di una tendenza che non accenna a diminuire e che potrebbe essere fermata o da un cambio di mentalità o dalla recessione economica». Come abbiamo visto e stando anche al parere unanime degli esperti, la causa principale di questa crescita dei rifiuti è da addebitare al “sistema”, che spinge sempre di più verso i consumi usa e getta. Ma la causa non sarebbe solo legata ai consumi. «C’è un dato inequivocabile – afferma Massimo Ferlini, presidente dell’Osservatorio nazionale sui rifiuti – ed è la mancanza di servizi di raccolta differenziata per la cittadinanza. Non è un mistero che l’Italia viaggi a tre velocità, con notevoli differenze tra le varie regioni rispetto al dato nazionale del 21 per cento». Ed ecco l’Italia a tre velocità: al Nord si sono raggiunti buoni risultati, con il 34% di rifiuti gestiti tramite raccolta differenziata, nel Centro si scende al 17, per arrivare all’8% del Sud. «Bisogna creare un mercato di prodotti recuperati – continua Ferlini – ed un complesso di sistemi integrati che assicurino lo smaltimento dei rifiuti a livello territoriale. Finora, il 55% dei rifiuti è smaltito nelle discariche, che occupano nove milioni di metri quadrati del suolo italiano, contro un 30% di recupero energetico e dei materiali». Siamo ancora un paese di discariche, molte (troppe!) delle quali abusive. Si parla di più di 4 mila e di queste circa 700 tossiche, presenti in quasi tutto il territorio. Il record è della Puglia, con 600 discariche abusive, segue l’industrialissima Lombardia con 540 e poi la Calabria con 450, per citare solo quelle scoperte di recente. Ma oltre che per numero, le discariche abusive devono essere identificate anche per superficie: ad esempio, nel Veneto ve ne sono meno che in altre regioni, ma sono oltre 5 milioni i metri quadrati occupati e quasi tutti concentrati nell’area di Mestre. E non pensiamo che la Sardegna stia tanto meglio, con le discariche stracolme ed i siti industriali altamente inquinati, come vedremo dettagliatamente più avanti. Le discariche abusive non si vedono ma inquinano moltissimo, a causa di metalli pesanti, di microrganismi presenti nei processi di putrefazione dei prodotti organici, di sostanze radioattive; possono contaminare con le infiltrazioni le falde acquifere ed i terreni, danneggiando irreparabilmente l’economia agricola di vaste zone. Inoltre, le bonifiche ambientali da contaminanti provenienti da discariche abusive costano milioni di euro, così gli inquinatori di ieri possono oggi riproporsi – paradossalmente – sotto la veste di bonificatori. Un business ancora più redditizio dello smaltimento illegale di rifiuti tossici e nocivi, come hanno ben capito le organizzazioni criminali. Da uno degli ultimi rapporti del Nucleo speciale dei Carabinieri per la tutela ambientale, emerge che circa un terzo del business dello smaltimento illegale dei rifiuti è in mano alla criminalità organizzata, con un giro d’affari che supera largamente i 120 mila miliardi di vecchie lire all’anno. E proprio quello delle discariche e del riciclaggio è stato uno dei principali temi affrontati al decimo Simposio internazionale sui rifiuti, tenutosi a Santa Margherita di Pula nei primi giorni dello scorso mese di ottobre. Più di mille studiosi, provenienti da sessanta Paesi, hanno esposto e discusso le più moderne teorie in materia di corretta gestione delle raccolte differenziate e degli smaltimenti. Un tema particolarmente sentito in Sardegna, all’avanguardia nella produzione di impianti di smaltimento ma molto, molto indietro per quanto concerne la raccolta differenziata. Lo ha detto a chiare lettere l’assessore regionale dell’Ambiente, Tonino Dessì: «Chi non si adeguerà entro dicembre alla legge nazionale e continuerà a conferire in discarica tutti i rifiuti, andrà incontro a pesanti sanzioni. La raccolta e la gestione dovranno essere organizzate dai Comuni nel modo più razionale possibile, con l’obiettivo di arrivare ad un “ciclo chiuso”, che garantisca una reale eliminazione dei prodotti di scarico, una volta eseguita la raccolta. Uno sforzo – ha sottolineato Dessì – che dovrà essere compiuto soprattutto nelle grandi città, dove appare molto più difficile eseguire una raccolta differenziata su tutti i prodotti del rifiuto». «In Sardegna ci sono ottime basi per la differenziazione dei rifiuti – ha detto, dal canto suo, Raffaello Cossu, docente all’Università di Padova e organizzatore del Simposio – ma manca la cultura della raccolta. Eppure basta voler fare bene: ricordiamoci che Serdiana, in provincia di Cagliari, è stato il primo comune dell’area del Mediterraneo a fare raccolta differenziata. È prima di tutto un problema di sensibilità, che deve andare di pari passo con adeguate strategie di base». Per restare in tema di strategie, il presidente della Commissione bicamerale sui rifiuti, Paolo Russo, ha rivelato che «a livello nazionale spesso si compie una raccolta smodata, quasi senza logica. È inutile accatastare i rifiuti se poi non si sa come utilizzarli». Come dire che i rifiuti saranno pure un business, ma molto scomodo. Dall’analisi dei dati emersi al Simposio internazionale di Pula, il quadro che si delinea per l’Italia è sconfortante. La produzione di rifiuti urbani è aumentata, nell’ultimo anno, dell’1,5%, a fronte di un aumento medio della popolazione dell’1%. Di tutta questa produzione, che si aggira – come abbiamo visto in apertura – intorno ai 30 milioni di tonnellate all’anno, soltanto 7,2 (pari al 24%) sono raccolti in modo differenziato, mentre il 10% viene avviato alla termocombustione. Da un recente censimento di Federambiente si ricava che nel nostro Paese esistono 63 impianti di termocombustione, di cui una cinquantina funzionanti, ma non tutti con recupero energetico. Gli addetti ai lavori non nascondono quanto il “sistema Italia” risulti essere inadeguato ed arretrato rispetto agli indirizzi contenuti nelle direttive comunitarie in materia di recupero e valorizzazione delle frazioni presenti nei rifiuti. In sostanza, è del tutto assente su scala nazionale un modello di gestione dei rifiuti basato sulla “gestione integrata”, vale a dire un modello che pone al centro il concetto del recupero e della valorizzazione conseguente delle frazioni merceologiche presenti nei rsu sia sotto forma di materia che di energia, relegando il ricorso alla discarica solo per quei rifiuti che residuano dal trattamento e che non sono suscettibili di ulteriori valorizzazioni. Il modello che si sta affermando, spinto anche da una normativa comunitaria e nazionale sempre più incalzante, è quello “polivalente”, che individua nei sistemi di gestione integrata (riduzione dei rifiuti alla fonte, selezione e riciclaggio dei materiali, recupero energetico) la risposta più completa in termini di minimizzazione dell’impatto ambientale. Negli ultimi vent’anni, purtroppo, si è fatto troppo poco. Si è infatti registrata, nella sostanza, una fuga dalle tecnologie ad alto investimento verso quelle regolate da norme più facilmente applicabili, a costi meno elevati e con ritorni economici negli investimenti in tempi più ravvicinati. Tutto ciò ha avuto come conseguenza che la discarica si è affermata come scelta prevalente, anziché residuale. Tale andamento permane tuttora e probabilmente si consoliderà ulteriormente se nella logica di mercato competitivo si favoriranno soluzioni di appalti di breve periodo e dunque impedendo di fatto strategie ambientali di politica industriale di ampio respiro, vale a dire la realizzazione di impianti a tecnologia complessa. Sempre più spesso si sottolinea la necessità di invertire questo processo e di adottare un piano d’intervento che gradualmente porti l’Italia ai livelli europei, dove la termovalorizzazione con recupero di energia copre mediamente oltre il 30% della produzione di rifiuti.
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