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Confagricoltura Sardegna

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Editoriale

Unione europea: per i rifiuti una gestione integrata

Cosa dice il decreto Ronchi

Rifiuti urbani: nell'isola oltre la metà finisce in discarica

Il Marghine difende l'impianto di Tossilo

Per i rifiuti una tecnologia al plasma

Per gli imballaggi minor produzione e riciclo

Il pericolo nascosto dei rifiuti industriali

Il Piano regionale per i rifiuti speciali

Siti inquinati: i programmi di bonifica

Confagricoltura Sardegna
 

Rifiuti urbani: nell'isola oltre la metà finisce in discarica

 

In controtendenza alla politica europea e nazionale, la maggior parte dell'immondezza prodotta dai centri abitativi dell'isola, oltre il 55 per cento, va a finire ancora in discarica. Ormai si è arrivati all'emergenza, con comuni che non sanno più dove scaricare i loro rifiuti e comuni che non accettano di avere nel loro territorio una discarica a servizio anche dei paesi limitrofi

Una bobina di carta riciclata nella Cartiera
Una bobina di carta riciclata nella Cartiera "Papiro
sarda" nell'area industriale di Cagliari
Un’enorme pattumiera ormai quasi colma. Non è una bella immagine, per rappresentare la Sardegna alle prese con l’emergenza rifiuti, ce ne rendiamo conto. Ma certamente è la più vicina alla realtà. Nell’isola si è ormai arrivati ad una produzione giornaliera di rifiuti urbani pro-capite che ha già raggiunto il chilo e mezzo nei centri maggiori ed è di poco inferiore in quelli minori. Come si ricava dal “Sesto rapporto regionale sulla gestione dei rifiuti urbani”, relativo al 2004, ogni sardo produce in un anno 532 chili di immondizia, per un totale che sfiora, sempre in chilogrammi, il tetto degli 880 milioni.
Dove vanno a finire tutti questi rifiuti? Il 27 per cento va “termodistrutto” negli inceneritori; il 10% è utilizzato per la produzione di compost (concime per l’agricoltura); circa il 55,4 per cento viene rovesciato nelle discariche (consortili, comunali più o meno controllate); poco più del cinque per cento viene recuperato con la raccolta differenziata.
Come si vede, oltre la metà del pattume prodotto nelle nostre città e paesi finisce ancora nelle discariche. Non desta quindi stupore che l’emergenza rifiuti sia diventata una guerra senza esclusione di colpi tra comuni che non sanno più dove scaricare i loro rifiuti e comuni che non accettano di avere, nel loro territorio, una discarica a servizio anche dei paesi limitrofi. Insomma, i rifiuti altrui nessuno li vuole a casa propria.
Eppure, se la discarica di una certa zona è arrivata alla capienza massima, giocoforza bisogna portare i rifiuti dove c’è spazio. Ed è su questo aspetto del problema che hanno preso avvio le più clamorose manifestazioni di protesta.
In questa situazione, non è che la Regione sia rimasta a guardare: già dal gennaio 1999, infatti, dispone di un Piano regionale per la gestione “integrata” dei rifiuti, che suddivide l’isola in quattro grandi “Ambiti territoriali ottimali” (Ato), uno per ciascuna delle quattro “storiche” province.
Un’articolazione che andrà probabilmente rivista, in considerazione della nuova distribuzione del territorio sardo in otto province. Comunque, al momento, gli Ambiti sono i quattro citati, suddivisi a loro volta in sub-ambiti: quattro per la provincia di Cagliari (Cagliari, Sulcis-Iglesiente, Medio Campidano, Sarrabus-Gerrei), tre per quella di Nuoro (Nuoro-Macomer, Ogliastra-Sarcidano, Barbagia-Mandrolisai), tre per quella di Sassari (Sassari, Olbia, Tempio). Ambito unico è invece previsto per la provincia di Oristano. Il Piano regionale prevede che, all’interno di ciascun ambito, si debba raggiungere l’autosufficienza.
Le Province sono chiamate a coordinare il Piano integrato dei rifiuti, provvedendo anche a predisporre i Piani provinciali. Dopo lo strumento pianificatorio del 1999, assunto quale unico e definitivo riferimento per la programmazione delle iniziative relative alla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna, sono state approvate dalla Giunta regionale le seguenti “sezioni” che completano il disegno del Piano:
– Sezione del Piano dei rifiuti speciali (deliberazione del 30 aprile 2002);
– Piano regionale di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio (deliberazione del 29 agosto 2002);
– Piano di bonifica dei siti inquinati (deliberazione del 5 dicembre 2003).
Con il nuovo Piano regionale di gestione dei rifiuti solidi urbani, integrato dai provvedimenti successivi, sono stati profondamente modificati i concetti “guida” del precedente sistema – lo smaltimento e la discarica – soppiantati da quello di “gestione integrata”, che caratterizza il decreto Ronchi del 1997.
Il Piano regionale per la gestione integrata dei rifiuti urbani assume come linea guida cardine della propria articolazione la necessità di partire dalle raccolte differenziate per programmare e gestire con efficienza ed efficacia le successive operazioni di recupero, trattamento e smaltimento. Diventa pertanto fondamentale che sia adeguatamente progettata la raccolta dei rifiuti nelle singole realtà comunali, in modo che tale fase si traduca effettivamente nel primo e fondamentale anello dell’intero processo di gestione dei rifiuti.
Chiarisce l’assessore regionale della Difesa dell’ambiente, Tonino Dessì: «La crescente richiesta delle popolazioni di superare lo smaltimento dei rifiuti mantenuti in una forma che comporta pregiudizio per l’uomo e per l’ambiente, attraverso sistemi che privilegino il recupero di risorse e ne riducano la pericolosità, ha determinato la scelta di privilegiare sistemi di raccolta che responsabilizzino i cittadini e li rendano pienamente partecipi di una gestione dei rifiuti ambientalmente corretta».
«L’obiettivo principale del Piano – prosegue l’Assessore – è, pertanto, quello di una modifica graduale degli atteggiamenti che dagli attuali, caratterizzati da una passività mediata dal “cassonetto”, si trasformino in propositivi, nella consapevolezza che il successo della trasformazione, con ricadute ambientali assai importanti, dipende dalle abitudini di tutti».
Carte alla mano, anche i funzionari e tecnici dell’Assessorato, che fanno parte del Servizio Gestione rifiuti e bonifica siti inquinati, sono consapevoli della necessità di una svolta.
Lo hanno più volte sottolineato nei documenti elaborati dal Servizio e, soprattutto, nel quinto Rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna. «Data l’eterogeneità e la crescente quantità dei rifiuti – ha scritto Franca Leuzzi, direttrice del Servizio e coordinatrice del gruppo di lavoro dell’Osservatorio rifiuti – si è nella situazione di dover superare la fase di una raccolta indifferenziata, che pure ha avuto i suoi meriti nell’affrontare positivamente i risvolti igienico-sanitari, con una raccolta intelligente che già alla fonte determini i successivi passi gestionali».
Una raccolta differenziata, dunque, non fine a sé stessa, cioè non solo finalizzata al conseguimento di percentuali di separazione, pur da rispettare per i vincoli di legge, sinonimo non automatico di recupero, ma come azione per la separazione di materiale di qualità e come primo anello di una catena che caratterizza l’intera gestione integrata dei rifiuti.
«La mancanza di una tradizione consolidata nelle separazioni dei materiali – spiega l’assessore Dessì – mentre da un lato può richiedere uno sforzo particolare per il superamento di una certa “resistenza” alla partecipazione, dall’altro facilita l’attivazione di tipologie di raccolte non “mediate” dai contenitori (la cui proliferazione è risultata in altre realtà essere un ulteriore problema per le amministrazioni comunali), ma maggiormente coinvolgenti quali le raccolte a porta a porta e la realizzazione di centri di conferimento comunali o di quartiere». 

Il rapporto 2004 sulla gestione dei rifiuti 

L’ultimo rapporto, riferito all’anno 2004, scende nel dettaglio delle attività delle raccolte differenziate, ma non trascura di fornire il quadro degli impianti di trattamento-smaltimento finale del territorio regionale: i due aspetti sono infatti direttamente legati, in quanto il mancato decollo delle raccolte separate dei materiali valorizzabili e riciclabili provoca la sofferenza degli impianti di smaltimento e rende sempre più probabile il rischio di insorgenza di situazioni di emergenza.
Il documento scende anche nel dettaglio dei costi, elemento da sempre preso a giustificazione del mancato avvio delle raccolte differenziate: gli aumenti delle tariffe di smaltimento finale, insieme alla messa a regime del sistema di recupero del Conai (Consorzio nazionale imballaggi) in Sardegna, rendono già da oggi giustificata, anche dal punto vista economico, l’adozione di sistemi di raccolta differenziata “spinta”, come dimostrano i livelli dei costi sostenuti dalle realtà regionali più avanti nell’attivazione dei servizi di raccolta differenziata, assolutamente nella media generale.
Purtroppo, i ritardi sono enormi. La Sardegna risulta essere al penultimo posto nella classifica nazionale, davanti al solo Molise, con una percentuale del 5,3% di raccolta differenziata di rifiuti solidi urbani, percentuale che rappresenta la miseria di 28 chili all’anno per abitante.
Le disposizioni impartite dalla Regione, prima con la circolare sulla gestione degli imballaggi (pubblicata sul Buras del 28 ottobre 2003) e successivamente con l’atto di indirizzo inerente alle azioni per lo sviluppo delle raccolte differenziate secco-umido (pubblicato sul Buras dell’8 maggio 2004), indicano la strada da seguire per non rimanere irrimediabilmente indietro e per dare attuazione ai dettati normativi.
Qualche segnale positivo c’è e viene giustamente enfatizzato anche nel rapporto. Si tratta ancora di pochi casi, ma indicano la strada corretta su cui proseguire il cammino, ancora lungo, di trasformazione della gestione dei rifiuti nel sistema Sardegna.
Dall’esame dei dati del documento regionale si ricava che la produzione complessiva dei rifiuti solidi urbani ha superato le 878 mila t/a, di cui il 94,7% proveniente dalle raccolte indifferenziate. Disaggregando il dato su base provinciale, si nota che la provincia di Cagliari incide per il 47%, Sassari per il 31, Nuoro e Oristano rispettivamente per il 14 e per 1’8. Il dato non si discosta da quanto rilevato negli anni precedenti.
Come già detto, la produzione pro-capite media regionale su base annua ha raggiunto i 532 kg/abitante sul totale rifiuti; a livello provinciale si osserva una oscillazione sensibile, con la provincia di Sassari nettamente al di sopra della media (582 kg/ab/anno), la provincia di Cagliari sostanzialmente nella media e quelle di Nuoro e Oristano al di sotto (440-450 Kg/ab/anno).
Se riferito alla sola produzione da residenti, il dato regionale scende a 490 kg/abitante, essendo cospicuo il contributo della popolazione turistica, in particolare nella provincia di Sassari. Confrontando i dati di produzione dei rifiuti urbani del 2004 con quanto rilevato nell’anno precedente, si può dedurre che nell’arco dei dodici mesi si è avuto un incremento della produzione del 3,1 per cento. L’aumento, in termini assoluti, è dell’ordine delle 28 mila t/a, con un leggero incremento della percentuale della raccolta differenziata.
«Questo riscontro dovrebbe far riflettere sulla scarsa attenzione che ancora viene dedicata alla problematica del contenimento dei rifiuti – sottolineano gli esperti dell’assessorato della Difesa dell’ambiente – ed è indice di una gestione ancora di tipo elementare, in cui l’interesse è rivolto solo all’esigenza di raccogliere e conferire altrove, senza valutare nella giusta misura che il mancato controllo della produzione si riverbera sul sistema finale di smaltimento, che entra in sofferenza e porta a situazioni di emergenza».
Il Rapporto 2004 sulla gestione dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta ordinaria comunale esamina anche la loro destinazione: la discarica controllata risulta essere la forma di smaltimento più importante, ma la sua incidenza si sta progressivamente riducendo rispetto agli anni precedenti. Si è infatti passati dal 71% del 2001 al 55,3 per cento del 2004. Il dato riveste una particolare importanza alla luce degli obiettivi normativi, che prevedono entro il dicembre del 2005 l’abbandono del conferimento del rifiuto tal quale in discarica.
Dal dettaglio impiantistico si può rilevare che, su un totale di 15 impianti-discariche di smaltimento, le strutture che incidono in modo significativo sono quelle di Cagliari, Serdiana, Villacidro, Oristano, Macomer, Sassari e Olbia. Quanto ai costi, lo smaltimento costava in media 72,32 euro a tonnellata nel 2004, mentre quest’anno la tariffa media è di 85,85 euro.
Il persistere della mancata attivazione di una efficiente raccolta differenziata sta portando ad un’accelerazione dell’esaurimento delle capacità di smaltimento finale in discarica, con una sofferenza dell’intero sistema regionale.
Una situazione che ha portato la giunta regionale, su proposta dell’assessore della Difesa dell’ambiente, Tonino Dessì, ad adottare nello scorso mese di luglio un “atto di indirizzo” per dare una spinta alla raccolta differenziata: ai comuni che non effettuano la selezione dei rifiuti viene applicata una penalità, via via crescente dal 10 al 30 per cento, sulla tariffa di smaltimento in discarica. Contemporaneamente, la giunta ha stabilito uno sconto sulla tariffa (sempre fra il 10 ed il 30%) per i Comuni virtuosi che hanno invece attivato la raccolta differenziata. 

La raccolta differenziata 

Il classico sistema del bastone e della carota, quindi. Non per una strana forma di sadismo, fanno notare all’assessorato regionale della Difesa dell’ambiente, ma perché la Sardegna è in ritardo nell’applicazione della legge Ronchi, che aveva fissato al dicembre 2001 il passaggio obbligatorio alla raccolta differenziata. Poi, come spesso avviene in Italia, c’è stata una serie di proroghe, l’ultima delle quali scadrà alla fine del 2005.
E, in vista di quella scadenza, la nostra isola arranca. Lo sa bene l’assessore Dessì, che parla di «vera emergenza, che nel prossimo futuro potrebbe crearci grossi problemi» e ricorda che, dal 2000, la Regione ha speso 16 milioni di euro per promuovere la raccolta differenziata. «Contiamo di impiegarne altri 60 – aggiunge – dai fondi europei Por, per la gestione integrata, la bonifica dei siti inquinati e la prevenzione dell’inquinamento».
Nel frattempo, si profilano altre scadenze. «Dal primo gennaio 2006 – assicurano all’Assessorato – vieteremo il conferimento dei rifiuti non selezionati in discarica. Tanto più che, con l’aumento della tassa regionale varato di recente, non sarà più conveniente. Questo dovrebbe indurre i comuni che ancora non l’hanno fatto ad organizzare la raccolta differenziata. Abbiamo dato loro tempo fino a dicembre per mettersi in regola e introdotto un premio sotto forma di contributo».
Di che premio si tratti ce ne parla l’Assessore: «La Giunta regionale ha deliberato, nel mese di ottobre, uno stanziamento di tre milioni di euro, destinato ai comuni che differenziano la raccolta dei rifiuti e li conferiscono ad impianti di termovalorizzazione, anche in forma consorziata. La Regione anticipa il 50 per cento della somma concessa a contributo, mentre il restante viene dato dopo una verifica della realizzazione dell’intervento».
Perché questa delibera? Proviamo a spiegarlo: i soli sistemi di termovalorizzazione presenti sul territorio fanno capo al sub-ambito A1 di Cagliari (impianto di trattamento del Consorzio dell’area industriale di Cagliari) e al sub-ambito B1 di Macomer-Nuoro (impianto di trattamento del Consorzio per la zona industriale di Macomer). Di conseguenza, i comuni che conferiscono a questi impianti pagano una tariffa più onerosa rispetto al conferimento in discarica dei rifiuti tal quali, anche per l’incidenza del costo di trasporto.
Malgrado le ultime disposizioni normative comunitarie e nazionali, dirette a scoraggiare il conferimento in discarica, abbiano determinato un aumento delle tariffe di questo tipo di smaltimento, tuttavia le difficoltà insorte in Sardegna nella realizzazione di alcuni impianti non hanno ancora consentito di colmare il gap tariffario tra queste due differenti modalità di smaltimento dei rifiuti urbani.
Ecco quindi il contributo regionale, finalizzato a compensare, almeno in parte, gli oneri sostenuti dagli Enti locali che conferiscono ai termovalorizzatori e a sostenerli nella realizzazione della raccolta differenziata.
I dati sui quantitativi dei rifiuti urbani raccolti nel 2004 evidenziano che quasi il 90 per cento dei comuni ha attivato una qualche forma di raccolta differenziata, anche se solo relativa al ritiro di materiali ingombranti o ferrosi in genere (una percentuale superiore a quella riscontrata negli anni precedenti). Soltanto 44 comuni hanno avviato la raccolta domiciliare, mentre è aumentato il ricorso a servizi consortili, che coinvolgono il 35 per cento dei comuni, con una popolazione del 14 per cento su base regionale.
È stato anche delineato il quadro dell’attivazione per le frazioni merceo­logiche più importanti, ovvero il vetro, la carta, la plastica e gli ingombranti, questi ultimi accorpati anche ai beni durevoli e ad altre tipologie di ferrosi destinati al recupero. Dal quadro emerge che il vetro e gli ingombranti sono le frazioni maggiormente attivate dalle raccolte differenziate, con circa il 65-70% dei comuni interessati. Per la carta e la plastica si ha un ritardo maggiore, essendosi raggiunto un coinvolgimento del 50-55% dei comuni.
Confrontando questo quadro con quanto riportato nel rapporto 2003, si nota un aumento significativo per tutti i materiali, dell’ordine di 10-15 punti percentuali.
L’incidenza della raccolta differenziata sul complessivo dei rifiuti prodotti è del 5,3 per cento su base regionale e coinvolge quasi 47 tonnellate di materiali. La somma dei beni durevoli e dei materiali ingombranti/ferrosi al recupero o allo smaltimento rappresentano complessivamente il 38% del totale differenziato, mentre le altre frazioni (vetro-carta-plastica-organico) rappresentano complessivamente il rimanente 62 per cento. Nel complesso, emerge chiaramente il ritardo di tutta la raccolta differenziata: si è raggiunto appena il 16% dei livelli stabiliti dal Piano; il ritardo è evidente nella differenziazione dell’umido (appena il 5% dei livelli previsti).
Per quanto riguarda le modalità gestionali per le raccolte differenziate, viene adottato pressoché esclusivamente l’affidamento in appalto. È stata riscontrata, soprattutto negli ultimi tempi, l’attivazione di numerose forme consortili di esecuzione dei servizi di raccolta differenziata, il cui soggetto di coordinamento, soprattutto in provincia di Nuoro e Oristano, è la Comunità montana. In merito alla tecnica utilizzata, prevale ancora il cassonetto stradale, ma cominciano ad attivarsi le raccolte domiciliari per numerose tipologie di materiali. Oltre al ritiro di beni durevoli ed ingombranti, per i quali la raccolta su chiamata risulta essere quella maggiormente utilizzata, sono stati segnalati numerosi casi di adozione di raccolta domiciliare per la carta e la plastica (il 7,4% dei comuni), mentre per il vetro sono adottate raccolte di prossimità con contenitori stradali. Sono pochi i casi di raccolta domiciliare del vetro (Barisardo-Loceri, Gonnostramatza), ma si può segnalare che anche l’Unione dei Comuni del Parteolla ha attivato nel 2004 una raccolta domiciliare del vetro (congiunta con le lattine) con risultati interessanti.
La tecnica di raccolta secco-umido domiciliare è stata attivata unicamente dai comuni di Cabras e di Gonnostramatza, con risultati incoraggianti in ambedue i casi. Questo tipo di raccolta è stato altresì avviato anche dal comune di Macomer, ma con doppio cassonetto stradale, senza ottenere risultati soddisfacenti in termini di qualità e quantità di umido raccolto. Il ritiro dei materiali viene affidato da alcune amministrazioni comunali in appalto, ma più spesso attraverso unioni di Comuni, Consorzi e Comunità montane. Tutto viene poi concentrato in piattaforme di raccolta ubicate nei dieci sub-ambiti di conferimento.
Ma dove vanno a finire i rifiuti, dopo la raccolta differenziata? Non molti anni fa aveva suscitato scandalo il fatto che andassero in discarica per mancanza di ditte utilizzatrici. Alcune di queste (dei settori vetro, carta e ferro), nate grazie ai contributi regionali, sono miseramente fallite. Ora la situazione è cambiata, perché esiste una serie di piattaforme e centri di conferimento (6 per il vetro, 8 per la carta e il cartone, 5 per la plastica, 7 per i beni durevoli e 5 per le sostanze organiche) sparsi nell’isola, che assicurano il riciclo dei materiali.
In pratica, carta e plastica vengono in gran parte lavorate in Sardegna. Ma c’è soprattutto la convenzione firmata tra la Regione e il Conai (Consorzio nazionale imballaggi), che assicura l’assorbimento di tutti gli altri materiali nella penisola da parte di Consorzi di filiera: Coreve (vetro), Comieco (carta e cartone), Corepla (plastica), Cial (alluminio), Cna (acciaio). 

La risposta dei Comuni

Autovetture rottamate alla
Autovetture rottamate alla Metalla di San Sperate
Gli atteggiamenti dei Comuni nei confronti della raccolta differenziata oscillano tra due tipologie estreme: alcuni la ritengono una complicazione che comporta spese in più e la subiscono quasi come una costrizione. In alcuni casi, i primi esperimenti, ben lungi dal raggiungere gli obiettivi che si proponevano, stanno avendo l’involontario ruolo di far crescere le discariche abusive.
Si fa portavoce della protesta Giovanni Sanna, consigliere comunale di Austis, rappresentante di Sardigna Nat­zione. «La raccolta dei rifiuti distinti in più frazioni con l’utilizzo di diversi contenitori sarà certamente giusta – ha scritto in una lettera al Sindaco – ma non sta funzionando: ai bordi delle strade, negli spazi nascosti, nei boschi, si stanno formando “sos muntonarzos”. Se la gente non conferisce i rifiuti mediante gli appositi contenitori, vuol dire che il servizio non è stato accettato. Non credo che il mancato funzionamento sia dovuto solo alla scarsa collaborazione degli utenti. È il modello che non funziona. Per esempio, chi torna nel proprio paese per il fine settimana e tutti quelli che abitano la casa in modo discontinuo non possono rispettare le regole di conferimento».
Nasce così il fenomeno dei “pendolari del cassonetto”, altrimenti detti i “trafficanti di spazzatura”. Partono dai centri dove è già iniziato il servizio di raccolta differenziata porta a porta e puntano verso Cagliari e Quartu o Selargius: nel cassonetto più vicino al posto di lavoro, o alla casa dei genitori o dei nonni, scaricano le buste con l’immondizia. Con l’ovvio risultato di congestionare situazioni già vicine al collasso.
Altri comuni, invece, si sono impegnati a fondo, ottenendo buoni risultati, come i comuni di Cabras, Macomer, Nuoro, Arborea, quelli del Mandrolisai e del Consorzio Cisa. «Abbiamo promosso questo servizio – spiega Efisio Trincas, sindaco di Cabras – per migliorare la situazione igienico sanitaria del paese. I cassonetti erano una fonte continua di puzza, che non si riusciva ad eliminare neppure lavandoli. La gente, in un primo momento si è trovata spaesata, poi ha accolto di buon grado la novità».
Il primato tra i paesi “virtuosi” spetta a Gonnostramatza, dove la raccolta differenziata ha ampiamente superato la soglia minima, arrivando a sfiorare il 70 per cento. Al secondo posto della classifica regionale troviamo Cabras (61,2%), seguito da Samatzai (47,4%) e Ussassai (34,8%). Un posto di rilievo a cui aspira anche Macomer, che da luglio a dicembre del 2004 ha riciclato il 60 per cento dei rifiuti.
L’atteggiamento più comune delle amministrazioni locali, comprese le maggiori città, può essere ricondotto ad uno sforzo per arrivare in qualche modo preparati all’appuntamento del primo gennaio 2006. A cominciare da Cagliari, che dopo anni di ritardi e gare d’appalto annullate, ha finalmente avviato il servizio di raccolta differenziata a metà dello scorso mese di ottobre. «In realtà – spiega l’assessore alla Pianificazione dei servizi, Giorgio Angius – il progetto è partito già dal mese di gennaio, con la raccolta dell’umido (scarti di cucine, sfalci di giardini, resti dei mercati) e del cartone nei grandi esercizi commerciali. Adesso lo stesso servizio è attivo anche per le utenze domestiche e le altre attività commerciali che finora erano rimaste fuori dal progetto. Per partire col piede giusto, abbiamo fatto arrivare nelle case dei cagliaritani un depliant, stampato in 70 mila copie su carta riciclata, con la spiegazione di tutte le regole per una corretta raccolta differenziata».
«Dal primo ottobre – prosegue Angius – gli operai della De Vizia, della Cooplat e della Waste Management (le società di smaltimento di rifiuti che si sono aggiudicate l’appalto da 21 milioni di euro) hanno sistemato in giro per la città quattromila nuovi cassonetti».
Ma il servizio Separa (questo l’acronimo scelto, che sta per Servizio pubblico di assistenza alla raccolta differenziata) non prevede solo la raccolta differenziata dei rifiuti attraverso i cassonetti stradali. «In via sperimentale – chiarisce l’Assessore – a Pirri, Mulinu Becciu, nel Quartiere Europeo e a Genneruxi il Comune effettuerà la raccolta dell’umido direttamente a domicilio». Ai residenti in queste zone, sarà fornita una “biopattumiera” nella quale dovranno essere gettati gli scarti organici e umidi in genere; una volta al giorno gli addetti passeranno a raccoglierli a domicilio e i camion li porteranno al Tecnocasic o a Villacidro, per essere trasformati in concime». Non solo, quindi, riciclaggio del cartone (che dovrà essere gettato nei cassonetto gialli), della plastica (cassonetto azzurro), del vetro e dell’alluminio (cassonetto verde), ma anche dell’umido di qualità.
Il sistema dovrebbe permettere ai cagliaritani di non pagare più l’ecotassa regionale, una sorta di multa comminata dalla Regione per non aver raggiunto la soglia del 10 per cento di raccolta differenziata. «Per adesso – spiegano all’Assessorato comunale – continueranno ad esistere anche i vecchi cassonetti per l’indifferenziato, che serviranno a raccogliere tutti i rifiuti che non rientrano nelle categorie per le quali è stato attivato il riciclo».
Perché il meccanismo funzioni, molto dipende dal buon senso e dalla collaborazione dei cittadini, ai quali si appella il sindaco Emilio Floris. «Per evitare di vanificare gli sforzi (basta gettare del pesce nel cassonetto della carta, per esempio, e tutto il contenuto del cassonetto andrà a finire nella discarica, perché non potrà essere avviato il riciclaggio), abbiamo anche previsto delle multe, da 50 a 250 euro, per quanti saranno colti in flagranza».
Il sistema “misto” adottato nel capoluogo cagliaritano non piace agli ambientalisti né all’assessore regionale Tonino Dessì. «Nel documento della giunta Soru del 19 luglio scorso è chiaramente indicata la strada per non ricevere sanzioni, che fanno lievitare le già salate bollette dei cittadini: i cassonetti devono sparire ed i sacchetti devono essere ritirati porta a porta. È stato dimostrato che, se si lascia ai cittadini la responsabilità di portare i rifiuti nei cassonetti, il risultato è fallimentare: basta che una sola busta contenga del materiale non differenziato perché anche quello selezionato dalle altre famiglie finisca in discarica. Conseguentemente – conclude Dessì – per noi Cagliari non sta ancora facendo raccolta differenziata e per questo è già stata multata. Vedremo se entro la fine dell’anno riuscirà a raggiungere la soglia minima del 10 per cento di sostanza organica nel secco residuo non riciclabile, altrimenti potrebbe incorrere in altre sanzioni».
Ma l’assessore comunale Angius è sicuro che la strada scelta sia l’unica percorribile in una città come Cagliari e che le regole che valgono per i piccoli paesi della Sardegna non possono essere imposte in strade come via Dante, via Is Mirrionis o viale Sant’Avendrace. «Nei condomini della città – spiega – non esistono cortili interni in cui posizionare i bidoni per la raccolta porta a porta. Le strade si riempirebbero di immondizia e diventerebbero impraticabili. Abbiamo impiegato anni a monitorare le altre città italiane, dove questi errori sono già stati fatti e superati. Il vantaggio per noi è di non doverli ripetere».
La città indicata come esempio è Parma, che per numero di residenti e per quartieri di periferia si avvicina al modello cagliaritano. «In quel centro – afferma Angius – è stato avviato un sistema di raccolta misto, come quello cagliaritano, e si è raggiunto il 38 per cento di raccolta differenziata, tre punti sopra la percentuale prevista dal decreto Ronchi. Legambiente nazionale ha vantato questo sistema, mentre gli ambientalisti sardi plaudono al modello porta a porta».
«In realtà – precisa Vincenzo Tiana, presidente di Legambiente Sardegna – per raccogliere in modo differenziato occorre una grande organizzazione, perché la sola buona volontà dei cittadini non basta. I sistemi sono più o meno tutti validi, a seconda dell’organizzazione messa in campo e delle dimensioni del comune. Il sistema porta a porta è quello che funziona meglio, soprattutto per i piccoli comuni».
«Noi restiamo convinti – insiste l’assessore regionale Dessì – che nei cassonetti non controllati possa finire di tutto e il danno, in questo caso, sarà gravissimo. Dal 31 dicembre non si potrà più conferire in discarica immondizia non selezionata e i consorzi di filiera dovranno iniziare a lavorare a pieno regime. Il mio obiettivo è quello di portare la Sardegna dal penultimo posto nella classifica nazionale almeno a metà e anche Cagliari dovrà impegnarsi per raggiungere questo risultato».
Se l’impegno del capoluogo è importante, non lo è meno quello degli altri grossi centri. Quartu Sant’Elena, per esempio, solo alla fine di ottobre ha avviato il servizio di raccolta differenziata, peraltro limitatamente ai rifiuti vegetali, da potature e da sfalci dell’erba, che non dovranno più finire nei tradizionali cassonetti, ma in appositi “cassoni”, di dimensioni maggiori. Si tratta di un inizio graduale, per tentare di evitare la maximulta che attende al varco il Comune se, entro la fine dell’anno, non dovesse ridurre di almeno il 10 per cento la quantità di rifiuti che solitamente finisce all’inceneritore. «Questa raccolta differenziata è il primo passo – conferma Anna Paola Loi, assessore alle Politiche ambientali –. A gennaio partirà il porta a porta, la grande rivoluzione che riguarderà le abitudini dei cittadini all’interno delle proprie abitazioni e dei condomini. Verranno distribuiti contenitori dove suddividere i diversi tipi di rifiuti: carta, plastica e vetro».
Un altro passo riguarda invece i maggiori produttori della cosiddetta “frazione umida”, cioè gli scarti di cucina di ristoranti, pizzerie e negozi di alimentari. «Prima di gennaio – assicura l’assessore Loi – partirà questo tipo di raccolta nelle grandi utenze. Un’iniziativa determinante per raggiungere l’obiettivo del 10 per cento che ci consentirà di evitare le sanzioni regionali».
Anche a Nuoro la situazione non è rosea. I cittadini si lamentano per il considerevole aumento della Tarsu, dovuto alle sanzioni regionali e all’avvio della differenziata per l’umido. «La raccolta dell’umido – spiega l’assessore alla qualità urbana, Ivo Carboni–- diventa fondamentale, perché ci permetterà di risparmiare 80 euro a tonnellata e ci consentirà, l’anno prossimo, di recuperare l’aumento». Per il resto, anche il capoluogo barbaricino si presenta in forte ritardo all’appuntamento di gennaio.
Né si presenta migliore la situazione di Sassari, dove la maggior parte dei rifiuti continua a essere conferita in discarica.
Buoni risultati li ha invece ottenuti Elmas, che ha avviato la raccolta differenziata da circa tre mesi e invia all’inceneritore consortile del Tecnocasic soltanto il 35 per cento dei rifiuti raccolti. «È un risultato eccellente – commenta soddisfatto il sindaco Pinuccio Collu – che ci consente un considerevole risparmio economico. Ai vantaggi ambientali si aggiungono quelli per le tasche dei cittadini».
Fra settembre e ottobre hanno preso il via anche le raccolte differenziate nei comuni di Sarroch, Sinnai, Uras, San Nicolò Arcidano, Mogoro, Lanusei e Olbia, che sono andati ad aggiungersi a tutti gli altri comuni che hanno già attivato il servizio.
«Le esperienze raccolte – dichiara l’assessore regionale dell’Ambiente Tonino Dessì – dimostrano che è possibile ottenere anche in Sardegna elevate percentuali di raccolta differenziata, purché si adottino tecniche adeguate e vengano rispettate le direttive impartite dalla Regione». Il riferimento è alla circolare regionale sugli imballaggi ed all’atto di indirizzo sui meccanismi premianti/penalizzanti per favorire l’attivazione delle raccolte secco-umido, provvedimenti che dovrebbero portare ad una positiva trasformazione dei sistemi di raccolta».
«Quello che serve perché la raccolta differenziata diventi una realtà in tutto il territorio della Regione – osserva Dessì – è un accordo fra i Comuni». E molti ci stanno provando a mettersi insieme. Per limitarci alle esperienze più recenti, tralasciando quelle (poche) ormai collaudate, basti citare, per la provincia di Cagliari, l’Azienda multiservizi intercomunale costituita tra i comuni di Villamassargia, Siliqua, Domusnovas, Musei e Vallermosa; oppure il Consorzio intercomunale di salvaguardia ambientale composto dai comuni di Serrenti, Samassi, Furtei, Sanluri, Serramanna, Lunamatrona e Segariu. Oppure, in provincia di Nuoro, il consorzio tra Oliena ed Orgosolo, sorto con lo slogan “Rifiuta l’indifferenza, differenzia i rifiuti”.
Altre esperienze, di questi ultimi mesi, meritano menzione. Per cominciare, quella promossa dal comune di Sassari e da altri nove centri (Alghero, Porto Torres, Sorso, Ittiri, Ossi, Villanova Monteleone, Muros, Codrongianos e Cargeghe), che hanno presentato alla Regione un progetto da 10 milioni di euro per far nascere a Scala Erre un impianto per la selezione e il trattamento, con biostabilizzazione, dei rifiuti organici.
Un accordo di programma è stato stipulato fra otto comuni del sub-ambito A4: Armungia, Ballao, Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu, Villasalto e Villasimius, per la gestione comune dei servizi d’igiene urbana, con particolare riferimento alla raccolta e trasporto (compresa la raccolta differenziata) dei rifiuti solidi.
Va infine ricordato il protocollo d’intesa firmato dalle amministrazioni comunali di Quartu, Quartucciu, Selargius, Sinnai e Monserrato per realizzare una stazione di compostaggio, che produca fertilizzante di qualità. «Potrebbe essere – sottolinea il sindaco di Selargius, Mario Sau – il punto di partenza di una gestione unitaria di servizi importanti come la nettezza urbana o la creazione della rete del gas. Il nuovo impianto, per il quale abbiamo presentato un progetto alla Regione, con richiesta di finanziamento, dovrebbe sorgere in località Sa Serrixedda, vicino al Simbirizzi, e servire un territorio di oltre 150 mila abitanti». 

Discariche e impianti

Nel ciclo integrato del trattamento dei rifiuti un ruolo importante lo giocano gli impianti di termovalorizzazione e le discariche. I primi, in tutta l’isola, sono solamente due: quello di Cagliari e quello di Macomer. L’impianto cagliaritano non riesce a smaltire la totalità dei rifiuti prodotti dai comuni dell’Ambito A1, parte dei quali finiscono quindi in discarica. E la situazione precipita quando, per vari motivi (guasti, manutenzioni, scioperi), l’impianto si ferma o marcia a ritmo ridotto. «Si lavora sempre ai limiti dell’emergenza – affermano i tecnici dell’impianto – e la situazione non è destinata a cambiare, almeno sino a quando non inizierà a funzionare a pieno regime il terzo forno inceneritore».
Intanto, il punto di criticità massima è stato raggiunto alla fine di ottobre, quando i responsabili  dell’impianto hanno inviato a tutti i comuni conferitori una lettera comunicando che sarebbero stati accettati solo i due terzi dei rifiuti prodotti. Il resto andrà, inevitabilmente, ad intasare le discariche.

Un altro problema è quello dell’individuazione del sito ove ubicare la nuova discarica di servizio, destinata ad accogliere le ceneri prodotte dalla combustione dei rifiuti. «Convocherò quanto prima una conferenza metropolitana – assicura l’Assessore regionale della Difesa dell’ambiente – per mettere attorno a un tavolo i soggetti interessati, privati e pubblici, con lo scopo di arrivare ad una decisione condivisa. In caso contrario, in mancanza di una concertazione, sarei costretto a chiedere al presidente Soru di individuare d’imperio un sito per la discarica. Non possiamo rischiare il collasso».
Intanto prosegue, tra lungaggini e proteste, la realizzazione del mega-impianto di compostaggio a Capoterra, in località Tanca Noa, in funzione dell’avvio della raccolta differenziata a Cagliari e circondario.
Tempi duri si prospettano anche per l’altro impianto di termovalorizzazione sardo, quello di Macomer, ubicato nella zona industriale di Tossilo. I comuni del Marghine si preparano a contrastare i programmi regionali che potrebbero determinarne la chiusura.
Sul fronte discariche, l’emergenza è generalizzata. A cominciare dalla richiesta di ampliamento di Ecoserdiana, la cui attuale capacità è ormai ai limiti del riempimento. Romano Fanti, l’imprenditore a capo della holding dei rifiuti, spiega: «Veniamo attaccati ingiustamente. È stata la stessa Regione, tempo fa, a chiederci un ampliamento dell’impianto, perché evidentemente non riesce a risolvere in altro modo la questione dello smaltimento dei rifiuti. Qualcuno sostiene che i comuni sarebbero contrari, ma a noi risulta che Serdiana, il paese che ospita l’impianto, sia felicissimo della nostra presenza e degli ottanta posti di lavoro per la manodopera locale. Dolianova e Donori ci contestano, per ragioni che non comprendo fino in fondo».
Le ragioni di un secco “no” a qualunque nuova autorizzazione che voglia ampliare la discarica le hanno spiegate il sindaco di Dolianova, Luigi Piano, ed il vicesindaco di Donori, Ambrogio Muscas, alla Commissione Agricoltura e Ambiente del Consiglio regionale, nel corso di un’audizione tenutasi ai primi di agosto. «Per ora – hanno detto – non sono accertati pericoli per la salute, ma la situazione ambientale non è delle migliori, vista la presenza di camion, uccelli e l’odore sgradevole che proviene dall’impianto di smaltimento».
Intollerabile per Piano e Muscas è anche il comportamento dei comuni del Cagliaritano: «Se avessero osservato le norme – hanno dichiarato – la situazione sarebbe ben diversa, i costi per la collettività più sopportabili e forse si sarebbero trovati altri siti idonei alla realizzazione di impianti per la lavorazione dei rifiuti. Si continua invece con il vecchio sistema di inviare in discarica o di bruciare i rifiuti urbani, a tutto danno dei comuni virtuosi, come i nostri, che hanno rispettato le norme e investito nella raccolta differenziata».
Sulla vicenda il consigliere regionale Nazareno Pacifico ha presentato un’interpellanza urgente al presidente Soru. «La Regione deve negare l’autorizzazione all’ampliamento della discarica – si legge nel documento – per la quale soltanto un anno e mezzo fa la giunta Masala aveva approvato un aumento di ulteriori 120 mila metri cubi. È inaccettabile che il Parteolla diventi la pattumiera di Cagliari e dell’area metropolitana. Ecoserdiana non può rappresentare la risposta a tutti i bisogni di chi non intende adeguarsi alle nuove regole dello smaltimento».
A fine ottobre, la doccia fredda: Ecoserdiana ha chiuso i battenti e ha smesso di ricevere le 350 tonnellate di rifiuti giornalieri di Cagliari e provincia. E la direzione del termovalorizzatore di Cagliari, che accoglie l’altra metà, ha comunicato – come abbiamo visto sopra – di non poter supplire.
«Niente allarmismi – ha dichiarato l’assessore regionale Dessì – perché abbiamo già individuato alternative che ci permetteranno di smaltire i rifiuti per un anno. Nel frattempo, i comuni si mettano al passo con la raccolta differenziata, dato che dal primo gennaio 2006 la legge ci impedisce di costruire nuove discariche».
«Per essere precisi – puntualizza Raffaele Garau, direttore operativo e commerciale dell’Ecoserdiana – l’atto di indirizzo della Regione, che recepisce la legge nazionale, prescrive che nelle discariche si debbano portare meno rifiuti possibile e accogliere soltanto quelli che contengano al massimo il 12 per cento di frazione organica. Non parla di divieti di nuove discariche. Tant’è  che abbiamo proposto l’ampliamento della nostra per 360 mila metri cubi, in modo da riuscire a coprire il fabbisogno durante i tre anni che servono per realizzare l’impianto di compostaggio nella piattaforma di Cagliari».
Secondo il rappresentante della società di smaltimento, le uniche alternative possibili sono gli impianti di Villacidro e di Carbonia. «Ma la struttura di Villacidro – afferma – dove dovranno confluire i rifiuti di tutta Cagliari, può smaltire 40 mila tonnellate all’anno, contro i 65 mila prodotti. Gli altri 25 mila dovranno essere convogliati in discariche di servizio. La Regione ci ha accusato di aver chiuso la discarica di Serdiana in anticipo, rispetto alla data preventivata del 15 novembre, ma sapeva benissimo che avremmo raggiunto in anticipo la saturazione, perché l’inceneritore di Cagliari si è fermato per diversi giorni e da noi sono arrivati più rifiuti del normale. La situazione è stata continuamente monitorata dai nostri tecnici e la Regione tempestivamente informata sulle volumetrie via via residue».
«Tempo qualche mese e anche la discarica di Villacidro sarà satura. E noi saremo daccapo – avverte Giorgio Angius, assessore alla Pianificazione dei servizi di Cagliari, che aggiunge: «Per il momento, l’unico risultato concreto è che, con la discarica di Villacidro più lontana rispetto a Serdiana, i nostri costi aumenteranno».
Malgrado le proteste, la linea della Regione è ferma, come quella della Provincia. «Il nostro no all’ampliamento della discarica è deciso – dichiara l’assessore all’ambiente, Rosaria Congiu –. Ora attiveremo gli strumenti di democrazia partecipata per trovare nuovi siti». Sino ad ora, però, tutte le alternative ipotizzate sono state scartate o bocciate dalle amministrazioni locali. Come estremo rimedio, ventilato dall’assessore Dessì, la Regione «potrebbe decidere d’imperio di individuare la discarica in un comune dell’hinterland, per ragioni di igiene pubblica e scongiurare il caos dei rifiuti. Non possiamo finire come la Campania».
L’emergenza non è certo limitata al capoluogo e comuni limitrofi. Anzi, non vi sono zone della Sardegna che possano dichiararsi immuni dal problema. Il Sulcis, per esempio, con i comuni dell’Iglesiente che ormai devono conferire nella discarica controllata di Carbonia, in località Sa Terredda, gestita dalla Comunità montana.
Che succederà quando anche Carbonia dovrà chiudere i battenti? Due sono le opzioni individuate dalla Provincia. La prima è la realizzazione di un impianto di trattamento e smaltimento, con annessa discarica di 400 mila metri cubi. Il sito dove far sorgere il tutto è stato individuato nel comune di Carbonia, scelta giustificata dalla presenza di un polo industriale vicino, che rappresenta un potenziale mercato per l’utilizzo del Cdr (combustibile derivato dai rifiuti) prodotto nell’impianto.
L’opzione due prevede la realizzazione di un termovalorizzatore per i rifiuti sia del Sulcis che del Medio Campidano, secondo un progetto del Consorzio industriale. Il problema sta nel trovare un comune disposto ad ospitare il termovalorizzatore. L’ultimo a dire no, in ordine di tempo, è stato Portoscuso, che si è espresso anche contro l’utilizzo del Cdr nella centrale Enel di Portovesme.
Sempre in tema di discariche, quella di Villasimius ha chiuso i battenti, così i Comuni del Sarrabus-Gerrei dovranno conferire i rifiuti a Villacidro. Nel comune del medio Campidano attendono, per gennaio, una valanga di rifiuti solidi urbani, provenienti da 56 comuni: da allora, ogni anno, sessantamila tonnellate di spazzatura si riverseranno nella zona industriale. Ma non c’è da preoccuparsi: «Abbiamo un impianto di smaltimento d’avanguardia – sostiene Gigi Murgia, presidente del Consorzio industriale di Villacidro – in grado di rispettare tutte le prescrizioni emanate dall’Assessorato».
Secondo i tecnici della Regione, quello che entrerà in funzione a Villacidro è il più efficiente impianto di raccolta differenziata della Sardegna. «Un complesso che – precisa Murgia – sarà in grado di garantire una resa tecnica senza uguali nella nostra isola a costi concorrenziali. Infatti, i comuni che utilizzeranno il nostro impianto pagheranno 68 euro a tonnellata, la più bassa tariffa in Sardegna».
Un riconoscimento dell’efficienza di quanto è stato realizzato dal Consorzio di Villacidro è venuto anche dall’Unione europea, che ha riconosciuto l’impianto come “Agenzia per l’energia”. «Non solo produciamo energia elettrica bruciando il gas metano originato dai rifiuti – spiega il Presidente – ma anche utilizzando l’energia solare e quella eolica».
Passando all’Oristanese, la discarica di Bau Carboni, dove confluiscono i rifiuti di molti Comuni dell’Oristanese, ha ancora pochi mesi di vita e la proposta (peraltro molto vaga) di realizzare un termovalorizzatore nella piana di Terralba ha già scatenato un putiferio. E meno male che ad Oristano ha iniziato a muovere i primi passi la raccolta differenziata, con incoraggianti risultati.
L’elenco delle emergenze potrebbe continuare a lungo, per farci giungere alla conclusione che è sempre più stringente l’esigenza di avviare un’efficiente rete di raccolta differenziata su tutto il territorio isolano.
L’assessore Dessì batte tutte le strade: stimola la differenziata, conta di promuovere la costruzione di altri termovalorizzatori (almeno due), sonda la disponibilità dei grandi produttori di energia a bruciare la frazione secca dei rifiuti. E sottolinea che «quello dei rifiuti è uno dei problemi più gravi dell’isola, con quale dovremo confrontarci nell’immediato futuro. Sappiamo che coinvolge enormi interessi economici. Se dovesse esplodere, sarebbe un disastro per la Sardegna».