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Unione europea: per i rifiuti una gestione integrata

Cosa dice il decreto Ronchi

Rifiuti urbani: nell'isola oltre la metà finisce in discarica

Il Marghine difende l'impianto di Tossilo

Per i rifiuti una tecnologia al plasma

Per gli imballaggi minor produzione e riciclo

Il pericolo nascosto dei rifiuti industriali

Il Piano regionale per i rifiuti speciali

Siti inquinati: i programmi di bonifica

Confagricoltura Sardegna
 

Il pericolo nascosto dei rifiuti industriali

 

Scorie di ogni tipo, chimiche, metallurgiche, militari, forse anche nucleari, avvelenano la Sardegna. Uno studio della Regione descrive dettagliatamente i siti bisognevoli di interventi di bonifica. Si tratta di aree industriali che per i rifiuti pericolosi che vi vengono prodotti sono in grado di innescare fenomeni di inquinamento dei suoli, atmosfera, acque sotterranee e superficiali.

I fanghi rossi e le scorie metallurgiche incidono per il 50% sulla produzione complessiva di rifiuti speciali in Sardegna. Nella foto: colata di alluminio nella sala elettrolisi dell'Alcoa, a Portoveme
I fanghi rossi e le scorie metallurgiche incidono per
il 50% sulla produzione totale di rifiuti speciali in
Sardegna. Nella foto: colata di alluminio nella sala
elettrolisi dell'Alcoa, a Portoveme
Se non è una moda, poco ci manca. Oggi tutti si ergono a paladini della Sardegna e del suo presunto, incontaminato territorio. In realtà, scorie di ogni tipo (chimiche, metallurgiche, militari, forse anche nucleari) inquinano, deturpano, avvelenano la nostra isola. Sostanze chimiche volatili, solubili ed immortali avvolgono il nostro habitat contraddicendo l’immagine “pulita” dell’isola, diffusa nell’immaginario collettivo come massimo elemento d’attrazione nel mercato turistico internazionale.
Secondo Mario Carboni, esperto di problemi energetici ed ambientali, responsabile delle relazioni esterne del Crs4, il Centro di studi avanzati, ricerca e sviluppo presieduto dal Nobel Carlo Rubbia, siamo una delle terre più inquinate e contaminate del Mediterraneo. «Se si mettesse mano ad un monitoraggio che facesse piazza pulita di segreti, complicità, interessi inconfessabili decennali – sostiene – si scoprirebbero tutti i santuari nei quali sono state interrate in passato e continuano ad essere smaltite a tradimento le scorie di tanti lustri di industrializzazione colonialista». Un’affermazione che potrebbe essere ritenuta azzardata, se non fosse confermata da tanti, preoccupanti episodi che si sono succeduti negli anni. Basti ricordarne due. Il primo, clamoroso, risale al luglio del 2003, quando un gruppo di appartenenti ad “Indipendentzia” ha compiuto un vero e proprio blitz nella zona industriale di Porto Torres, in località Minciaredda, alle spalle del petrolchimico della Marinella. Si tratta di una quarantina di ettari dove in larga parte sono stati interrati, nel corso di una trentina d’anni, rifiuti tossici e nocivi e scarti di lavorazione di ogni genere.
Un periodo che va dai tempi della Sir fino agli anni che hanno preceduto il varo di severe normative per la tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e delle popolazioni. La ruspa manovrata dagli indipendentisti sulla collinetta che guarda l’Asinara, a poca distanza da una bellissima spiaggia, ha portato allo scoperto un po’ di tutto: materiali ferrosi, residui di lavorazioni, catalizzatori a base di sali di nichel ed altro materiale che veniva utilizzato negli stabilimenti di Rovelli. Roba nociva, com’è intuibile, della quale bisogna ancora stabilire il grado di tossicità. Come dire: il danno all’ambiente è stato fatto, quello alla salute deve ancora essere valutato.
Il secondo caso è recentissimo: alla fine dello scorso mese di ottobre, a Sassari, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno sequestrato un’area di 15 mila metri quadrati dove, secondo le accuse della procura della Repubblica, sarebbe stata realizzata una discarica abusiva ed in parte invisibile. Invisibile perché sotterranea: una quantità considerevole di materiale proveniente dallo smaltimento di rifiuti solidi urbani e industriali è stata interrata in un’area appartenente all’Asi (Area di sviluppo industriale), ma utilizzata dalla Gestione servizi ambientali (Gesam) Srl.
Si tratta di una società che a Truncu Reale gestisce un futuristico impianto specializzato nella raccolta differenziata e nel trattamento dei rifiuti. Stando ai rapporti degli inquirenti, oltre alle montagne di scarti della lavorazione della plastica e del legno, ci sarebbero quintali e quintali di rifiuti di ogni tipo nascosti sotto terra. Fatto che ha portato a far scattare i sigilli dopo alcuni mesi di indagini.
Di questi e tanti altri casi di nascondigli terrestri di veleni industriali si sta occupando la magistratura, ma anche il mondo della politica non è rimasto indifferente. Si sono mobilitati numerosi parlamentari sardi, la Commissione bicamerale sulle “ecomafie” ha svolto indagini e sopralluoghi. Sul fronte della difesa ambientale si sono schierati i rappresentanti di tutti i partiti presenti in Consiglio regionale. «La vera sfida – osserva l’assessore regionale della Difesa dell’ambiente, Tonino Dessì – si gioca non solo sulla scoperta dei siti inquinati, certamente essenziale, ma anche e soprattutto sulla bonifica ed il risanamento ambientale di territori che meritano di essere restituiti all’uso della collettività ed a nuove intraprese di sviluppo eco-compatibile».

Le scelte della regione - Come si è mossa la Regione? «Approvando, con deliberazione della Giunta del dicembre 2003 – chiarisce l’assessore Dessì –, il Piano regionale per la bonifica delle aree inquinate, così come prevede il decreto Ronchi del 1997».
Dai dati elaborati dagli uffici regionali si ricava che, in Sardegna, sono stati riscontrati 747 siti contaminati, di cui 404 da discariche di rifiuti solidi urbani, 169 da attività minerarie dismesse, 83 da stoccaggio di idrocarburi, 85 da attività industriali e 3 da amianto.
La maggior parte dei siti contaminati è localizzata nella provincia di Cagliari (340 siti), seguono la provincia di Sassari con 162, quella di Nuoro con 144 ed infine quella di Oristano con 101. Per quanto riguarda i siti contaminati da amianto, sono tutti situati nella provincia di Oristano.
Lo studio elaborato dalla Regione contiene una dettagliata descrizione dei siti “industriali” bisognevoli di interventi di bonifica. Si tratta di un comparto omogeneo che comprende quelle aree che sono (o sono state) sede di attività industriali e che, per la natura intrinseca dei cicli produttivi presenti e dei rifiuti pericolosi (solidi, liquidi e gassosi) che vengono prodotti, sono potenzialmente in grado di innescare fenomeni di inquinamento di suoli, atmosfera, acque sotterranee e superficiali.
«Le fonti che abbiamo utilizzato per gestire la fase cognitiva dello studio – spiega Franca Leuzzi, direttrice del Servizio Gestione rifiuti e bonifica siti inquinati dell’assessorato regionale della Difesa dell’ambiente – consistono nelle comunicazioni inviate dai responsabili dello smaltimento, nello stralcio del censimento discariche (Cen. Di.) relativo allo stoccaggio dei rifiuti tossico-nocivi e speciali, nella consultazione degli archivi, negli atti autorizzativi e nelle ordinanze delle varie autorità, nelle risultanze delle analisi depositate presso l’Assessorato. Tutti questi dati sono stati integrati con le informazioni reperite mediante sopralluoghi e comunicazioni di privati cittadini».
«Nel Piano elaborato dalla Regione – spiega l’assessore Tonino Dessì – sono state evidenziate le aree che per natura dei processi produttivi, errate politiche ambientali, estensione, vulnerabilità delle matrici ambientali acque e suoli, presentano una maggiore probabilità di aver subito e subire fenomeni di contaminazione».
Nell’isola, i fenomeni di inquinamento sono fondamentalmente attribuibili all’industria chimica, petrolchimica e metallurgica. In virtù di questa considerazione è stato possibile restringere il campo di analisi agli agglomerati che ospitano queste tipologie di attività industriali: Portovesme (metallurgia), Macchiareddu, Sarroch e Porto Torres (petrolchimica), Ottana e Villacidro (fibre artificiali). Le principali fonti di inquinamento che si possono trovare all’interno degli insediamenti industriali possono essere riassunte come segue:
– stoccaggio inidoneo delle materie prime;
– perdite degli impianti di trattamento;
– perdite dei serbatoi fuori terra ed interrati;
– perdite di sottoservizi e servizi igienici;
– perdite da officine e parcheggi;
– scarichi incontrollati sul suolo di scarti di lavorazione, fanghi, rifiuti solidi e liquidi;
– scarichi liquidi non trattati;
– emissione nel sottosuolo (accidentale e/o organizzata) di rifiuti liquidi;
– ricaduta degli aerosol emessi in atmosfera.
«Una problematica significativa inerente ai siti da bonificare – si legge nel Documento di programmazione economica e finanziaria per gli anni 2005–2007 – è rappresentata, oltre che dalle aree industriali nelle quali deve prioritariamente intervenire il soggetto che ha causato l’inquinamento, dalle aree minerarie dismesse, in cui sono emersi importanti fenomeni di contaminazione ambientale dovuti principalmente alle discariche. La piena operatività del Parco geominerario, storico ed ambientale della Sardegna consentirà di avviare azioni pilota per la sperimentazione di nuove tecniche di inertizzazione».

Area industriale di Cagliari: impianto essiccamento fanghi dell'inceneritore
Area industriale di Cagliari: l'impianto di  essiccamento fanghi dell'inceneritore
Il referendum sui “rifiuti di importazione” -
La battaglia per cambiare volto alle aree inquinate, specie in prossimità dei litorali costieri e delle zone urbane, non è slegata dal problema più generale della gestione – passata e futura – dei rifiuti e del loro smaltimento. A cominciare dai rifiuti “d’importazione” che continuano a sbarcare in Sardegna.

Su questo fronte, a metà dello scorso mese di giugno, si è votato in Sardegna per il referendum che chiedeva la modifica della normativa che consente l’ingresso nell’isola di scarti (rifiuti) industriali come materie prime. Un referendum inutile, perché la percentuale dei votanti si è fermata al 26,49 per cento, contro il 33,33 più uno necessario per la validità.
La campagna referendaria è stata aspra, e non poteva essere diversamente, tanto più che il territorio investito dai possibili effetti del referendum era quello del Sulcis, messo in ginocchio dalla crisi industriale: qui ha sede la Portovesme srl, l’azienda che lavora i fumi di acciaieria (le cosiddette scorie importate) per produrre piombo e zinco, e che aveva minacciato la chiusura con l’espulsione di 1.500 lavoratori in caso di vittoria del sì.
Si tratta dello stesso territorio, che ha già pagato un prezzo pesante in termini ambientali ma anche di salute dei cittadini, per il suo passato minerario, per la presenza di industrie potenzialmente inquinanti e la concentrazione di servitù militari – con in testa il poligono di Capo Teulada – ora al centro di un braccio di ferro tra la Regione e il Governo.
Con una proposta di legge presentata tre giorni prima del voto, numerosi partiti del centrosinistra al Consiglio regionale (Ds, Margherita, Ap, Udeur, Sdi–Su, Idv) hanno affrontato la questione. «La nostra posizione – ha spiegato il segretario regionale dei Ds, Giulio Calvisi – è evitare che il referendum, inopportuno e poco chiaro, comporti una evidente contraddizione tra le ragioni della tutela ambientale e quelle dello sviluppo economico. I partiti sono impegnati, a prescindere dall’esito del referendum, a promuovere un nuovo strumento legislativo regionale, che metta insieme l’esigenza di maggiori tutele ambientali con quelle della continuità produttiva delle fabbriche».
Nella proposta di legge è stabilita, in via generale, la possibilità di importare rifiuti extra–regionali, ma a due condizioni: che siano destinati al recupero in impianti produttivi, e che la quantità annua di scarti non recuperabili dal trattamento non superi il 10 per cento di quanto effettivamente importato. Ma, soprattutto, c’è l’importante deroga per gli impianti produttivi del settore minerario metallurgico già esistenti (fra i quali la Portovesme srl).
Siccome, attualmente, in quegli impianti si trasforma in prodotto “buono” (zinco e piombo) il 20 per cento dei rifiuti importati ogni anno, la deroga consentirebbe all’azienda di superare il limite del 10 per cento, purché entro tre anni gli scarti non superino la misura del 50 per cento dei rifiuti speciali trattati. Si tratta dello stesso limite, quantitativo e temporale, già imposto dalla Regione, basato su un dato oggettivo. A questi ritmi di smaltimento, in meno di trenta mesi la discarica di Genna Luas, dove la Portovesme conferisce gli scarti, sarebbe colma.
Mentre trovare un altro sito è impensabile, adottare una tecnologia che riduca i residui può essere arduo, costoso, ma non impossibile. «Concedendo tre anni – conferma Siro Marrocu, capogruppo Ds al Consiglio regionale – intendiamo consentire alle aziende metallurgiche di predisporre le adeguate innovazioni tecnologiche».
Francesco Sanna, consigliere regionale della Margherita, contesta il “pregiudizio ideologico” di chi genera allarmi ingiustificati. «La verità – afferma – è che la Giunta presieduta da Renato Soru ha deliberato un’autorizzazione all’utilizzo dei fumi di acciaieria che impone ben 43 diverse prescrizioni ambientali. Alla Portovesme non si trattano rottami, ma è stato ugualmente installato il portale radiometrico per verificare la radioattività dei materiali in ingresso e in uscita».
Secondo Sanna, e gli altri che difendono la legge regionale che il referendum intendeva abolire, la norma incriminata non dice che un rifiuto (il truciolo di legno, la carta da riciclare, il fumo di acciaieria, la bottiglia di plastica usata) non è più un rifiuto. Tecnicamente, non “declassifica” un rifiuto in materia prima secondara. Quei materiali (che dovranno comunque essere trattati con tutte le attenzioni specifiche) possono entrare in Sardegna ed essere utilizzati dalle imprese sarde esclusivamente per la produzione di beni. Imprese sarde che altrimenti sarebbero in una posizione di inferiorità rispetto alla concorrenza “continentale” ed europea, che ricicla i rifiuti con gli accorgimenti previsti dalla legge nazionale.
«Se fosse passato il sì – spiega Sanna – non sarebbe stata solo la Portovesme srl ad avere il mercato bloccato, ma anche molte altre aziende dell’isola». Ma se i “fumi” sono economicamente vantaggiosi, perché non se li tengono oltre Tirreno? «Infatti, per quanto possono se li tengono – risponde Sanna – facendoli trattare all’unica azienda lombarda che fa concorrenza agli impianti sardi con una tecnologia appropriata. Solo che noi siamo più bravi e organizzati, perché – oltre a rendere inerti i fumi di acciaieria – riusciamo ad estrarre tutti i metalli, anche pregiati, che essi contengono: zinco, piombo, argento e oro. A Portovesme c’è l’unico impianto italiano che riesce a fare questo».
Giudizi favorevoli all’esito del referendum sono stati espressi anche da Giorgio La Spisa, già assessore dell’industria nella precedente Giunta di centrodestra, e da Claudia Lombardo, vicepresidente del Consiglio regionale. «Lo strumento referendario – hanno detto – è stato usato spregiudicatamente, facendo leva sul giusto desiderio di un controllo dell’inquinamento atmosferico. È stato scampato un grande pericolo per il sistema industriale sardo e per l’occupazione in un’area strategica come quella del Sulcis».
La produzione di rifiuti sanitari in Sardegna incide solo per lo 0,15% sulla produzione complessiva regionale di rifiuti speciali, ma è costituita nella quasi totalità da rifiuti speciali pericolosi. Nella foto: contenitori in cartone per rifiuti ospedalieri trattati
La produzione di rifiuti sanitari in Sardegna incide
solo per lo 0,15% sulla produzione complessiva  di
rifiuti speciali, ma è costituita, nella quasi totalità,
da rifiuti speciali pericolosi. Nella foto: contenitori
in cartone per rifiuti ospedalieri trattati
«Sapevamo benissimo che raggiungere il quorum sarebbe stata un’impresa – ammette Fulco Pratesi, fondatore e anima del Wwf Italia – ma il solo fatto che la questione sia stata sollevata, che ci sia stata una raccolta di firme e si sia arrivati a un referendum che ha coinvolto un sardo su quattro, è un fatto di straordinaria importanza. Si è aperto un dibattito pubblico su un problema che sinora era rimasto nascosto». Una linea che trova concordi anche i sindacati, che si erano schierati per il “no” in difesa dei posti di lavoro messi a rischio da un quesito che non lasciava scampo. «Il mancato raggiungimento del quorum – sostiene Mario Medde, segretario regionale Cisl – non significa che la legge regionale n. 8 del 2001 debba restare così com’è. Fin dall’inizio abbiamo chiesto la modifica della normativa per incanalare ogni processo industriale sulla strada dello sviluppo sostenibile, nel rispetto della salute e dell’ambiente». I sindacati, con un documento congiunto, hanno sollecitato la giunta Soru «a prendere in mano la situazione per avviare il risanamento, la valorizzazione e la riqualificazione dei siti industriali degradati».
Ma il problema dei rifiuti industriali e della loro collocazione continua a premere alle porte, soprattutto nel Sulcis–Iglesiente. Nasce da qui la recentissima proposta della Carbosulcis di utilizzare come “deposito” la miniera di Nuraxi Figus. «L’idea – spiega Giuseppe Deriu, direttore generale dell’azienda mineraria – è di trovare una soluzione alternativa alle discariche a cielo aperto, che continueranno a funzionare solo per pochi anni».
Il progetto della Carbosulcis prevede lo stoccaggio nelle gallerie che si vengono a formare con i tagli del minerale, per i primi tre anni di esercizio della miniera, delle ceneri e dei gessi derivati dalla combustione del carbone lì estratto e inviato all’Enel per essere bruciato (mischiato con altro carbone estero) nella centrale di Portovesme.
Come da contratto firmato proprio con l’Enel, spetta alla Carbosulcis occuparsi dei residui della combustione, scaricandoli da qualche parte. Carbosulcis propone oggi di farlo in miniera. Nel prosieguo del progetto, l’azienda vorrebbe collocare in miniera, amalgamandoli in una “torbida” che poi diventa quasi cemento, anche i rifiuti delle lavorazioni del piombo e dello zinco della Portovesme e i rifiuti provenienti dall’inceneritore di Cagliari.
Per queste tipologie di rifiuti Carbosulcis riceverebbe un compenso dalle aziende che dovrebbero in alternativa conferirli in discarica: un compenso oggi stimabile in non meno di 10 milioni di euro all’anno. «Lo studio di fattibilità ha escluso un qualsiasi tipo di inquinamento di falde acquifere», precisano i tecnici della Carbosulcis, che spiegano che il riempimento del sottosuolo dovrebbe avvenire in maniera contestuale allo sbancamento del carbone.«In pratica – precisano – si eviterebbero sia i problemi di eventuali cedimenti, tipici delle miniere di carbone, sia i fenomeni di autocombustione».
Le prime reazioni all’annuncio del progetto sono state estremamente caute, se non di segno contrario. «Se siamo possibilisti sulle ceneri del carbone, non altrettanto si può dire per i rifiuti pericolosi che la Carbosulcis vorrebbe stoccare nelle gallerie della miniera», ha detto il sindaco di Gonnesa, Sergio Puddu, nel corso del Consiglio comunale appositamente convocato. «Non c’è un bisogno impellente di nuove discariche – ha dichiarato l’assessore all’ambiente, Erminio Melis – e non vorremmo trovarci nel mezzo di una corsa ad accaparrarsi il business dei rifiuti nel territorio».
Voci contrarie anche da Portoscuso, mentre l’assessore regionale della difesa dell’ambiente, Tonino Dessì, mantiene un atteggiamento di prudente distacco: «L’incartamento è pervenuto in assessorato ai primi di settembre. Siccome l’intervento Carbosulcis si collocherebbe in un sito sensibile dal punto di vista ambientale, prima di avviare la procedura abbiamo inviato la documentazione alla segreteria tecnica del Comitato per il disinquinamento del Sulcis–Iglesiente, presso il ministero dell’Ambiente, che dovrà esaminarlo. In particolare, il Comitato dovrà valutare l’utilità dell’intervento e la sua compatibilità con lo stesso piano di disinquinamento. Si tratta di due procedure per certi versi parallele, quella della Regione e quella del Comitato, che arriveranno ad una conclusione che, ne sono convinto, sarà diligente, serena e libera da pregiudizi».
L’Assessore continua in modo piuttosto severo: «Premesso che del progetto non abbiamo mai discusso in Giunta, né io ho avuto occasione di farlo in altre circostanze, personalmente ritengo che non possa essere stoccato in miniera materiale che non sia stato totalmente inertizzato e solamente allo scopo di riempire i buchi lasciati dall’asportazione del carbone. Non si possono riversare né i fumi di acciaieria, né i fanghi di lavorazione, né tantomeno le ceneri degli impianti dell’Enel, e men che meno immondizia».
La prudenza di Dessì si accompagna a quella di Carla Cicilloni, assessore provinciale all’Ambiente: «Non conosco il progetto, ma se si tratta di inerti di scarti di lavorazione dell’estrazione del carbone, nessun problema. L’importante è che la Carbosulcis riprenda l’attività estrattiva al più presto e faccia ciò che deve fare per sua missione industriale. In ogni caso – prosegue l’Assessore – qualunque fosse la prescrizione che eventualmente la Regione decidesse di definire, la Provincia vigilerà con la massima attenzione e con altrettanta severità sulla sua applicazione. Le discariche industriali servono, nessuno lo nega, ma spesso vediamo che nascono con un intento e poi, nel corso del tempo, diventano ben altro. A queste derive noi ci opporremo, comunque».
Lo stesso assessore Cicilloni si è trovata di fronte un’altra brutta gatta da pelare: la richiesta, inoltrata alla Provincia dal Consorzio industriale del Sulcis, di un’autorizzazione in deroga per scaricare a mare i reflui del bacino dei fanghi rossi dell’Euroallumina.
Quale il motivo della richiesta? Il bacino di raccolta dei residui di lavorazione, ubicato a terra in località Sa Foxi, arrivato negli anni al settimo anello, è quasi colmo e la fabbrica, con i suoi 400 lavoratori, rischia la paralisi. Le autorizzazioni regionali parlano chiaro e i fanghi, così come sono, troppo ricchi di cloruri, non possono essere scaricati direttamente in mare. Da qui la richiesta di una deroga alle prescrizioni dettate dalla Regione. «La Provincia del Sulcis non è ancora dotata degli strumenti operativi per affrontare le emergenze – sottolinea Carla Cicilloni – e pertanto abbiamo coinvolto la Provincia di Cagliari».
I due enti, alla fine di ottobre, hanno inoltrato formale richiesta alla Regione di modificare le autorizzazioni vigenti. «Le richiesta di deroga al divieto di nuovi scarichi è partita dal Consorzio industriale – si legge in una nota della Provincia – in quanto il suo impianto dovrà trattare acque surnatanti e già trattate provenienti dal bacino dei fanghi rossi, caratterizzate in uscita da una elevata concentrazione di cloruri, che rendono il refluo diverso e non scaricabile con le attuali autorizzazioni. Alti i rischi per l’Euroallumina e per la sua produzione se non venisse concessa deroga al divieto di nuovi scarichi».
«In attesa di una programmazione definitiva degli interventi per la realizzazione di una nuova piattaforma depurativa dei reflui industriali, che soddisfi le future esigenze del Consorzio – scrive ancora la Provincia – diventa necessario trovare in tempi rapidi una soluzione d’urgenza al problema dello scarico dei reflui dell’Euroallumina».
«Sotto la scure del ricatto occupazionale le industrie stanno facendo qualunque tipo di intervento. In nome del lavoro chiedono, e spesso ottengono, di avvelenare le persone». Così Angelo Cremone, ambientalista, consigliere comunale di Portoscuso, che senza peli sulla lingua minaccia anche di rivolgersi alla magistratura. Lapidario il giudizio di Ignazio Atzori, sindaco dello stesso comune, che si lamenta per il mancato preventivo coinvolgimento e aggiunge: «Cercheremo di fare salva la continuità produttiva, ma non permetteremo deroghe».
«Stiamo tornando agli anni ’70 – dichiara, dal canto suo,  Stefano Deliperi, del gruppo ambientalista di Intervento giuridico – quando l’Euroallumina scaricava i fanghi rossi direttamente in mare. Non c’è alcuna possibilità di deroga. Valuteremo la situazione prima di avviare esposti, ma mi pare davvero, quella della Provincia, una posizione pericolosa e fuori dalla realtà».
Posizioni intransigenti, che probabilmente non saranno soddisfatte della soluzione trovata dalla Regione nella Conferenza dei servizi tenutasi ai primi di novembre. Se fino a due mesi fa l’Euroallumina conferiva le cosiddette acque surnatanti a una ditta privata che, con l’impianto a fianco del depuratore consortile, le trattava e buttava a mare, adesso le acque andranno al Consorzio industriale, che le tratterà e le invierà nella condotta collettiva di scarico a mare del proprio impianto di depurazione.
Alla luce di questa soluzione, la Regione (presente alla conferenza con l’assessore Dessì e i tecnici dell’assessorato) concederà la deroga, inserendovi però una serie di prescrizioni che il Consorzio dovrà rispettare. L’assessore Cicilloni ha tirato un sospiro di sollievo: «È passata la nostra proposta. Adesso avremo la possibilità di controllare anche le acque surnatanti di Euroallumina che andranno al Consorzio, con più filtri rispetto al passato. E sono filtri – ha detto – che garantiscono il rispetto dell’ambiente e delle norme regionali. Non c’è mai stato il pericolo di invio diretto a mare delle acque reflue provenienti da processi industriali inquinanti e mi auguro che la conclusione di questa vicenda non crei allarmismi ingiustificati nella popolazione».