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Editoriale

Un piano di rilancio per l'agricoltura

Una tutela per i prodotti regionali

La scheda degli enti che operano nell'agroalimentare

Punta sugli allevamenti l'agro-alimentare dell'isola

Marchio Igp per l'Agnello di Sardegna

Obiettivo qualità per i vini della Sardegna

Il vino si racconta, poi si beve

Alimentare in crisi per la riforma della Pac

 

Editoriale

 

Le più recenti analisi sull’import-export dell’agroalimentare in Sardegna confermano la grave situazione di crisi del settore. I dati riferiti al 2005, non ancora pubblicati, sono stati elaborati proprio in questi giorni dall’Istituto nazionale di economia agraria. Ne citiamo i più significativi.
Il valore delle esportazioni del comparto agroalimentare sardo (136,3 milioni di euro) ha fatto registrare nel 2005 una non trascurabile contrazione dell’1,5% rispetto al 2004 e rappresenta soltanto lo 0,68% del totale delle esportazioni del paese, collocando la Sardegna al sedicesimo posto nella graduatoria regionale. Ma i dati più negativi ed allarmanti sono quelli dell’importazioni: 111,2 milioni di euro il valore dei prodotti importati nel settore primario e 100 milioni di euro il valore dei prodotti importati nell’industria alimentare. Insomma, la Sardegna, nonostante le favorevoli condizioni climatiche di cui beneficia il territorio, nonostante la soddisfacente disponibilità di risorse idriche degli ultimi due anni, nonostante, infine, i numerosi interventi della Regione, se pure di natura contingente, a favore degli agricoltori, continua ad importare di tutto: 37 milioni di euro di prodotti dell’agricoltura e dell’orticoltura; 18 milioni di euro di prodotti ittici; 11,2 milioni di euro di carne e prodotti a base di carne. Il disavanzo della bilancia commerciale è di poco inferiore agli 80 milioni di euro, ma sarebbe ben più consistente se non ci fosse il sostegno del Pecorino Romano che da solo rappresenta il 70,6 per cento delle nostre esportazioni nell’agroalimentare.
Sono cifre che mettono chiaramente a fuoco la situazione difficile dell’agricoltura sarda, un sistema strutturalmente debolissimo, indebitato sino al collo (625 milioni di euro fra prestiti e mutui a lungo e breve termine), dove il reddito medio netto annuo del contadino è ridotto a limiti di pura sussistenza. Una situazione, quella dell’agricoltura sarda, che rispecchia in parte quella difficile dell’agricoltura del Paese – e del Mezzogiorno, in particolare – incapace di orientare il proprio potenziale verso l’evoluzione internazionale del settore.
In questo scenario – si legge nell’articolo d’apertura di questo numero monografico di “Sardegna industriale” sull’agroalimentare nell’isola – è entrata di prepotenza negli ultimi anni la Politica agricola comunitaria che ha esposto i nostri mercati alla concorrenza dell’Europa allargata e dei mercati internazionali. Con la Pac, il fattore strategico per lo sviluppo futuro diventerà sempre più l’impresa agro-alimentare: sempre più competitiva e in grado di stare sul mercato. In un contesto nel quale viene esaltata la competitività, nel quale vi è una maggiore tutela dei prodotti di qualità e della sicurezza alimentare, per le produzioni agricole sarde si possono aprire grosse opportunità. La Sardegna offre infatti una discreta gamma di prodotti altamente caratterizzabili dal punto di vista qualitativo. Si possono aprire quindi per l’isola interessanti prospettive, ma ad una condizione: occorre recuperare il tempo perduto ed essere in grado di gestire la situazione traendone i conseguenti vantaggi. Diversamente, dovremo subire passivamente l’iniziativa altrui.

(nella foto di copertina: una fase della lavorazione dei capolini nello stabilimento della Macar, a Villacidro)